Restare senza più nessuna maschera

di Francesca Carusi

foto Francesca

E’ trascorsa appena una settimana dalla diffusione della notizia dell’annullamento dell’assemblea del 18 novembre, nella quale tutte e tutti avevano riposto fiducia, impegno e risorse.

Una doccia fredda, una grande delusione, un senso di smarrimento e di abbandono per tante cittadine e tanti cittadini che avevano ritrovato uno  spazio ed abbracciato con il cuore una proposta  chiara, schietta ed inclusiva.  La forza del “Brancaccio” che ha innescato un processo che, nonostante le recenti difficoltà, è  ancora di fronte ai nostri occhi, sta tutta nella semplicità e nella chiarezza di quell’appello.

Aderire all’appello del Brancaccio ha avuto significati differenti per ciascuna e ciascuno, ed è proprio in quelle differenze che risiedono le maggiori risorse. Ma il fine a cui tendere e l’anima del percorso iniziato sono gli stessi: restituire dignità e voglia di partecipazione a chi si è arreso, perché la resa e la rassegnazione sono i più potenti nemici da combattere. Le modalità attraverso le quali raggiungere un tale obiettivo mi pare siano ancora in discussione. E mi sembra anche logico e naturale che sia così, perché la semplicità della proposta lanciata non la sottrae certo dal suo essere anche terribilmente ardua.

Un processo di reale cambiamento ha bisogno dei tempi giusti che solo esso nel suo svolgersi può determinare. Un processo di cambiamento sincero non può sottrarsi dal compiere enormi errori, vivere svolte inaspettate e apparenti battute d’arresto dolorose. Ma non per questo si ferma.

Credo ancora fortemente in quell’appello del 18 giugno e soprattutto credo ancora che sia realizzabile. Credo anche, molto banalmente, che è nei momenti di difficoltà che le grandi passioni e la forza di chi le porta avanti trovano un banco di prova.  E le reazioni all’annullamento dell’assemblea del 18 da parte dei tanti attivisti che hanno animato il percorso iniziato da pochi mesi (i numerosi appelli, i messaggi, gli articoli, l’assemblea al Teatro Italia, i comunicati di Anna e Tomaso) hanno già dimostrato che il processo è tutt’altro che concluso.

Per questo rispondo alla domanda di Carlo Di Marco (Chi si trova ancora sul banco di prova del Brancaccio?) dicendo a lui e a tutti coloro che in Abruzzo hanno lavorato già tantissimo che io ci sono ancora e che anzi questo momento difficile ha fatto sentire in me ancora più forte l’urgenza ed il dovere di esserci.

Carlo chiede ancora: Dobbiamo cambiare nome? Non lo so. Fate delle proposte, perché in tal caso dovremo ri-denominare il gruppo w.app e il blog da cui sto scrivendo questo articolo.

Al momento credo non sia necessario, per le stesse ragioni esposte poco prima: se riconosciamo tutte e tutti di essere in difficoltà, la risorsa principale su cui fare affidamento è lo spirito del 18 giugno nato al Brancaccio.

Questa risorsa è potentissima per coloro che la sentono veramente e che possono contare anche su un’altra risorsa fortissima, costituita dalla genuinità del proprio impegno e dalla vocazione disinteressata.

Gli errori commessi, anch’essi preziose risorse, vanno affrontati e discussi insieme in un’assemblea regionale abruzzese che, come ci ha scritto Carlo, è assolutamente necessaria. Soprattutto le dinamiche in atto, le posizioni assunte, i contributi prodotti in questi giorni ed in quelli che verranno, necessitano di una discussione aperta, serena e seria da parte di tutti coloro che finora si sono impegnati ed hanno intenzione di continuare a farlo.

Oltre alla volontà di esserci e continuare, un altro presupposto che mi pare necessario affinché la futura assemblea si realizzi nel solco giusto, è abbandonare qualsiasi forma di tatticismo, qualsiasi forma di timore legato alle prossime elezioni, togliersi sovrastrutture e maschere. Perché è vero che il futuro fa paura e che  il mondo in cui viviamo corre il rischio di peggiorare tragicamente, ma è anche vero che, se ci lasciamo sopraffare dalla irrazionalità e dalla paura, il cambiamento che vogliamo non potrà mai realizzarsi.

Per questo ho voluto rispondere a Carlo e consegnare a tutte e tutti voi una parte dei pensieri che affollano la mia mente in questi giorni e per questo vi chiedo di dare un segnale in merito alla volontà di incontrarci per rispondere insieme con sincerità  alla domanda “Chi si trova ancora sul banco di prova del Brancaccio?” ed in quali forme, con quali idee e con quali convinzioni?

Sarà banale, ma dipende da noi e solo da noi ed è un dovere nei confronti di chi fino a questo momento ha già investito tanto nel nostro territorio ed altrove e che ringrazio davvero di cuore.

 

Angina pectoris di Nazim Hikmet (1948)

Se qui c’è la metà del mio cuore, dottore,

l’altra metà sta in Cina

nella lunga marcia verso il Fiume Giallo.

 

E poi ogni mattina, dottore,

ogni mattina all’alba

il mio cuore lo fucilano in Grecia.

E poi, quando i prigionieri cadono nel sonno

quando gli ultimi passi si allontanano

dall’infermeria

il mio cuore se ne va, dottore,

se ne va in una vecchia casa di legno, a Istanbul.

 

E poi sono dieci anni, dottore,

che non ho niente in mano da offrire al mio popolo

niente altro che una mela

una mela rossa, il mio cuore.

 

È per tutto questo, dottore,

e non per l’arteriosclérosi, per la nicotina, per la prigione,

che ho quest’angina pectoris…

 

Guardo la notte attraverso le sbarre

e malgrado tutti questi muri che mi pesano sul petto

il mio cuore batte con la stella più lontana.

 

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