Qualche spunto programmatico, che in questa fase non guasta…

di Matteo Ginaldi

Matteo

Molto si parla di Riforme e di strumenti per rendere il mercato più giusto ed equo. I Problemi che gli Stati, e quindi le comunità, sono costretti a subire sono tanti: la delocalizzazione, il fatto che le multinazionali possano produrre e pagare le tasse dove vogliono senza che nessuno possa far niente, i disastri ambientali, le speculazioni finanziarie, la qualità dei prodotti sempre più bassa, la distruzione dei diritti, la svendita del patrimonio pubblico e lo smantellamento dei servizi pubblici sanitari e dell’istruzione, etc.. Tutti questi ed altri problemi non sono dissociati come qualcuno vorrebbe farci credere, bensì uniti da un unico comune denominatore, la competizione basata solo ed esclusivamente su costi/profitti, per cui lo Stato è praticamente disarmato nel poterla gestire (principio costitutivo del neoliberismo economico). Ormai è largamente accettata l’idea che la competizione sia funzionale al progresso. Io contesto totalmente questa definizione ma, in questo articolo, vorrei proporre un semplice modello che, accettando il dogma della competizione, ribalti la sua unica legge attuale, proponendone una alternativa che finalmente risolva molti dei problemi che sono alla base delle attuali ingiustizie. La competizione su Diritti/Ambiente/Qualità-utilità dei prodotti. Detta cosi mi rendo conto che possa sembrare il classico slogan fine a se stesso. Certamente la ricetta che oggi ci ripropongono le destre nazionaliste è ancor più irrealizzabile dato che imporre tasse protezionistiche, implicherebbe che le entrate di tali tasse sarebbero inferiori alle multe che gli verrebbero imposte dalle varie istituzioni internazionali, Wto in testa.

Vorrei dettagliare alcune modalità con cui la mia proposta potrebbe applicarsi sia alla cosiddetta “economia reale” (quella produttiva per intenderci), sia all’economia finanziaria.

Innanzitutto vorrei premettere che alla base di tutto c’è il prodotto (materiale od immateriale che sia) e non l’azienda/istituto che lo produce o lo commercializza.

Per quanto riguarda le merci, ogni prodotto ha delle caratteristiche proprie che riguardano sia la componentistica (i materiali utilizzati), sia il processo produttivo (una merce identica o succedanea può essere prodotta con sistemi diversi – pensiamo alle semplici uova dove i processi produttivi sono molti e vanno dall’allevamento in gabbia per arrivare a quello biologico-) sia la normativa del Paese d’origine rispetto ai diritti/salari dei lavoratori* (ma anche normativa sulla sicurezza, sull’ambiente etc).

Basterebbe includere nel “Passaporto”, che ormai ogni merce ha, alcuni dati supplementari divisi in tre capitoli: “Diritti”, “Ambiente”, “Qualità/Utilità”. Nel capitolo “Diritti” ad esempio andrebbero elencate le normative del Paese di origine riguardo alcune voci (rapporto salario/costo della vita, normativa sulla sicurezza del lavoro, orario settimanale e turni di lavoro, sede fiscale delle aziende produttrici, ferie e maternità retribuite o meno, imposizione fiscale media, tfr, etc -potrebbero includersi anche i servizi che il singolo Paese offre gratuitamente o a pagamento come ad esempio sanità ed istruzione), per quanto riguarda l’”Ambiente” si farebbe lo stesso procedimento (tipo di energia utilizzata, sistema di smaltimento rifiuti, etc), nel capitolo “Qualità/Utilità” andrebbero inserite le voci riguardanti la durabilità (Obsolescenza programmata o meno), il tipo delle materie prime utilizzate, la qualità del prodotto sia in termini assoluti (un hamburger di mcdonalds costa poco perchè, fra le altre cose, la qualità dei prodotti di cui è fatto è obiettivamente bassissima) sia in termini di utilità sociale**.

In funzione di ogni singola voce si attribuisce un valore (ad esempio -3,-2,-1,0,+1,+2,+3) che verrà calcolato in funzione della Norma di riferimento (per esempio in Italia si considererà la normativa italiana, se dovesse essere ratificato in sede UE, dopo aver definito regole uguali per tutti i Paesi aderenti alla Comunità, allora la norma di riferimento sarebbe quella Europea) ed infine sommato.

Vista con superficialità potrebbe essere considerato come un dazio protezionistico, ma non è così. Se per esempio consideriamo Paesi come Bangladesh, India, ma anche Romania, molto probabilmente in tutte le voci sarà previsto un coefficiente negativo rispetto all’Italia, ma se consideriamo i Paesi scandinavi o la Francia probabilmente la situazione sarebbe ribaltata***.

Per quanto concerne i prodotti finanziari l’idea è identica basta semplicemente adeguare “capitoli” e “voci” (ad esempio un conto è giocare sulla speculazione , sull’ acquisto/vendita di armi, etc., altro conto è finanziare progetti sociali, ambientali, sostenibili).

Quali sono gli obiettivi che si pone questa “Riforma”?

Sono certamente tanti. Innanzitutto gli Stati da vittime inermi torneranno ad avere un ruolo fondamentale potendo gestire, attraverso la normativa interna gli equilibri fra aziende e lavoratori e pianificare meglio una politica industriale non più basata esclusivamente su costi/profitti. La delocalizzazione potrebbe non essere più conveniente come ora, quindi la possibilità di rilanciare l’occupazione nei Paesi che puntano sui Diritti, sull’ambiente e più in generale su un’economia sostenibile. Le multinazionali perderanno i privilegi e il potere incontrastato di cui ora godono. Le speculazioni finanziare diminuirebbero drasticamente rilanciando il finanziamento dell’economia reale, premiando progetti di utilità pubblica. Si favorirebbe il consumo “etico” (oggi molti per necessità scelgono i prodotti più economici, riequilibrando i prezzi, il consumatore avrebbe la possibilità di scegliere non necessariamente in funzione dei costi, bensì in funzione della qualità o per scelte maggiormente etiche). Ci sarebbe il cessate alla svendita del patrimonio pubblico. Una sostanziale transizione da un’economia parassitaria ad una umana che rimetta al centro la persona, l’ambiente e la qualità della vita.

Come fare?

Esistono molte forme di attuazione di questo modello, uno semplice sarebbe un meccanismo di tassazione (per i prodotti con un coefficiente alto)/decontribuzione (per le aziende con coefficiente basso).

Io credo che si potrebbe anche Riformare l’IVA. L’IVA è un’imposta generale sui consumi, il cui calcolo si basa solo sull’incremento di valore che un bene o un servizio acquista a ogni passaggio economico (valore aggiunto), a partire dalla produzione fino ad arrivare al consumo finale del bene o del servizio stesso. Nel valore aggiunto sono comprese eventuali accise, ossia tasse sulla produzione o fornitura che il venditore rigira al consumatore finale.

Mediante un sistema di detrazione e rivalsa, l’imposta grava sul consumatore finale, invece per il soggetto passivo d’imposta – ad esempio l’imprenditore o il professionista – l’IVA resta neutrale. Infatti il soggetto passivo d’imposta, cioè colui che cede beni o servizi, detrae l’imposta pagata sugli acquisti di beni e servizi effettuati nell’esercizio d’impresa, arte o professione, dall’imposta addebitata (a titolo di rivalsa) agli acquirenti dei beni o dei servizi prestati.

L’IVA pertanto rappresenta un costo solo per i soggetti che non possono esercitare il diritto alla detrazione e quindi, in generale, per i consumatori finali.

Nell’applicazione dell’imposta sul valore aggiunto occorre quindi distinguere il contribuente di fatto (il consumatore finale), che pur non essendo soggetto passivo dell’imposta ne sopporta l’onere economico e il contribuente di diritto (di norma un imprenditore o un professionista) su cui gravano gli obblighi del soggetto passivo d’imposta, sebbene per lui l’imposta resti neutrale.

Ricapitolando un tributo di tipo impositivo che si presenta come:

  • Tendenzialmente generale perché colpisce tutti i beni e servizi, tranne alcuni esonerati per esplicita previsione normativa.

  • Trasparente perché può essere facilmente distinguibile in occasione di ciascuna operazione.

  • A pagamenti frazionati perché a ogni passaggio il fisco incassa una frazione del tributo complessivo dovuto.

In pratica oggi l’Iva è uguale per tutti i prodotti settorialmente (22% per i beni considerati di lusso, 4% per generi alimentari, 10% per i beni turistici ed edili) e ricade unicamente sul consumatore finale. Data la tendenza generalizzata alla “specializzazione” in ogni settore, anche l’Iva andrebbe riformata in tal senso. Mi spiego: alla quota fissa, per esempio il 22 %, che ricade sul consumatore, bisognerebbe aggiungere (o detrarre) la quota risultante dal calcolo finale delle voci sopra citate e che tale costo/beneficio sia a carico dell’azienda produttrice di tale bene . Ad esempio un bene prodotto in un Paese privo di ogni diritto, dove non esiste nessuna norma a tutela dell’ambiente e di pessima qualità, ha una imposizione del 22% per cento di Iva, uguale allo stesso bene prodotto in un Paese dove sono presenti diritti e tutela dell’ambiente. Con la mia proposta il primo prodotto avrebbe un 22% di Iva a carico del consumatore ed un + 15% (ad esempio) di Iva a carico dell’azienda, mentre il secondo prodotto non avrebbe un ricarico del 22% ma potrebbe essere scontato al 10-5% .

Ovviamente, per ragioni di spazio non sono stato qui a spiegare come possano risolversi eventuali contraddizioni che potrebbero sorgere e sono consapevole che questo mio modello è solo una bozza su cui lavorare tutti assieme.

* In uno stesso Paese possono esistere differenti situazioni, basti pensare alla varietà di contratti disponibili con cui le aziende assumono i dipendenti.

**Ovviamente i miei sono esempi, le voci da inserire dovranno essere scelte e selezionate al momento della stesura della riforma, quindi se ne potranno aggiungere altre o togliere alcune o ridefinirle completamente.

*** questo varrebbe anche in Italia infatti una azienda unilateralmente potrebbe decidere di abbassare l’orario di lavoro a parità di salario, guadagnando punti nella relativa voce.

 

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