LA POSTA IN GIOCO

di Carlo Di Marco

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   Sono stato una settimana fuori Italia per lavoro e mi scuso per il ritardo con cui scrivo queste due righe sul dibattito in corso, ma il percorso apertosi in Abruzzo nella scorsa estate è troppo importante e credo che debba svilupparsi anche in vista dell’appuntamento del 18 novembre a Roma.

   Partirei da una considerazione che riguarda il rischio storico che abbiamo di fronte: la liquidazione della Costituzione repubblicana e il Costituzionalismo italiano. Nel 2012 un Parlamento di nominati pur di eludere un popolo diventato “inaffidabile”, che aveva fatto naufragare la revisione costituzionale di Berlusconi e vinto in referendum sull’acqua, decide di raggiungere a tavolino il 2/3 nella seconda deliberazione relativa all’iter di revisione della Costituzione per imporre l’obbligo del pareggio di bilancio. Si trattava solo di un segnale, ma si era aperta la strada più facile per liquidare la Costituzione e con essa l’intera storia del costituzionalismo italiano: evitare il Popolo sovrano nel procedimento di revisone. Era stata utile una legge elettorale liberticida (il porcellum) che apriva la strada all’annullamento del sistema della rappresentanza poiché un Parlamento di nominati e fiduciari dei partiti di governo rende flessibile una Costituzione che nasce dalla Resistenza partigiana rigida e disponibile solo dal popolo. Fra “Italicum” e “Rosatellum” si prosegue su questa via e domani un Parlamento formato senza una rappresentanza di milioni di cittadini che si sono allontanati totalmente dalla politica e che però sono presenti sempre nel difendere la Costituzione repubblicana, raggiungerebbe l’obiettivo liquidatorio sopra rappresentato. Questa è la posta in gioco!

Ecco da dove nasce il “Brancaccio”. Dall’esigenza di evitare i 2/3 in un Parlamento che distruggerebbe la Costituzione in pochi mesi. Ma per fare questo bisogna creare una credibilità totalmente nuova basata su contenuti e metodi totalmente diversi con uno schieramento il più largo e il più aperto possibile che nasce dalla base e capovolge la piramide organizzativa e politica. Senza questi segnali di completa discontinuità tale obiettivo non potrebbe essere raggiunto e dovremmo rassegnarci alla fine del costituzionalismo nato dalla Resistenza.

E il “Brancaccio” nasce, non a caso, proponendo ai cittadini (tutti) e alle forze politiche (tutte) che si sentono di starci, il capovolgimento della politica che si riassume sostanzialmente in:

  1. un programma antiliberista, anticapitalista, democratico e pluralista che deve essere il frutto di centinaia o migliaia di assemblee da svolgersi nei territori regionali e locali (come per la gloriosa campagna referendaria dell’anno scorso). Ad esse possono solo essere fornite delle basi di discussione (i 10 punti del Brancaccio). Devono tornare dalla base centinaia di reports assembleari che indichino il programma a una grande Assemblea deliberativa nazionale.
  2. Una lista unitaria della sinistra antiliberista e democratica che raggiunga gli obiettivi detti in premessa. Essa è possibile sulla base dei seguenti principi:
    1. una testa un voto;
    2. candidature provenienti anch’esse dalle libere assemblee. No a quelle imposte dall’alto da chiunque;
    3. leader (necessario per la legge elettorale, purtroppo…) scelto secondo principi di novità e democrazia di base;
    4. programma deciso dalla base come detto nel precedente punto.

   Cosa è successo nei giorni scorsi in maniera tale da far preoccupare tanti compagni?

   Il risultato siciliano è il frutto di un percorso che non mi è piaciuto, come tutti sanno, non ne ho fatto mistero. La candidatura di Fava fu imposta, e alla fine varie forze politiche aderenti al Brancaccio ci si sono ritrovate. Qualcuna di esse finse una “preventiva” forma di partecipazione interna che non mi piacque (si poteva evitare), ma tant’è! Sono cose che ho già scritto. Va riconosciuto, tuttavia, che quella coalizione ha riportato nell’Assemblea regionale siciliana una sensibilità politica che mancava da anni. Questo dimostra, se ce ne fosse ancora bisogno, che a livello nazionale una lista unitaria per evitare i 2/3 nelle mani della destra preter-costituzionale ora è possibile.

   Andiamo oltre! Una proposta ai “cittadini (tutti) e alle forze politiche (tutte) che si sentono di starci” per il capovolgimento della politica non esclude nessuno. Nemmeno che tutti parlino con tutti a qualsiasi livello e in qualsiasi luogo. Prescinde dai nomi, dai cognomi e dal passato di ognuno e dalle appartenenze. Il filtro però c’è (e ci mancherebbe…): è nei metodi e nei contenuti. È in quei due punti sopra riassunti un po’ stringatamente. In altri termini verrebbe da chiedersi: come fanno a starci i violentatori della Costituzione (come quelli dei 2/3 del 2012)? Quelli che sono abituati a sfruttare tutte le occasioni per la loro autoreferenzialità? Quelli che hanno votato il jobs act e altre porcherie? Credo di saperlo: essi vogliono cavalcare anche questo cavallo per riemergere e riproporsi per poi cambiare bandiera comme d’habitude. Che fare? Ci mettiamo a sparare slogans ad effetto mediatico e “polarizzanti” anche contro noi stessi inventandoci streghe e gnomi inesistenti o andiamo avanti per la strada nostra? La risposta a questa domanda ci induce a rileggere il documento famigerato pubblicato su Huffpost il 7 novembre scorso. In questo documento c’è quasi tutto il Brancaccio. Lo ha ribadito Anna e non aggiungo nulla alle sue considerazioni e ad esse rimando. Quando mai si è raggiunto un accordo per la costituzione di una lista sulla base di quasi tutto quello che propone il Brancaccio? Si tratta di un documento informalmente condiviso che è solo una base di discussione per chi deve ancora decidere a casa sua. E noi a casa nostra decideremo il 18 come già sapevamo di dover fare. Un documento che non doveva uscire? Può darsi, ma non diamo alle cose significati che non hanno. L’ho detto prima: tutti possono e devono parlare a tutti i livelli. L’importante è chi e come si prendono decisioni. Noi lo faremo il 18 novembre prossimo a Roma.

   Non ci fidiamo di Tizio, Caio, Sempronio e Mevio perché la loro storia non ci piace? Scommetto che non piacciono neanche a me, ma sta a noi mantenere duro perché si imponga il programma accennato in questo accordo informale e che definiremo il 18 sia nei contenuti che nei metodi. Non è la prima volta che si raggiungono accordi per andare avanti. Il primo esempio della storia della Repubblica? La Costituente! Non c’erano solo Togliatti, Terracini, Nenni e Marchesi. C’erano anche democristiani, liberali, e monarchici (anche qualche fascista camuffato da qualunquista). Vi erano furbacchioni come Fanfani che, dopo aver scritto l’articolo 1 della Costituzione che mise quasi tutti d’accordo (si avete letto bene…fu lui a scriverlo), si dimostrò uno dei principali artefici (all’ombra) della svolta autoritaria del Governo Tambroni. La Costituzione fu approvata quasi all’unanimità ed oggi costituisce la spina dorsale del nostro programma.

Concludo con una considerazione di Acerbo che condivido: non lasciamo il Brancaccio a chi adesso vuole usarlo per fini autoreferenziali. Ritroviamoci nei tavoli di lavoro del 18 a Roma tutti insieme per scrivere il programma da porre sul tavolo di ulteriori, successive ed eventuali trattative con chi, in buona o cattiva fede, ora accetta i presupposti che noi poniamo.

Ultimissima cosa: da modesto ricercatore vi assicuro che stiamo scrivendo una nuova pagina nella storia della democrazia costituzionale italiana. Questa consapevolezza dovrebbe aiutarci per capire meglio quale sia la posta in gioco.

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