Unità a sinistra. Per fare cosa?

di Franco Cilli

Franco Cilli

   Posso dire con estrema franchezza che rimango ogni giorno più sorpreso dall’andazzo che ha assunto il dibattito politico sulla sinistra e sulla sua necessità ontologica di rappresentanza e direi di sopravvivenza. Dico ontologica non a caso, evocando un principio nominalistico e categoriale che in sostanza stabilisce la necessità della sinistra come dato a sé, svincolato da processi materiali e obiettivi politici di medio lungo periodo.

   Si dice da più parti che prima occorra creare un contenitore e poi riempirlo di contenuti, altrimenti si rischia di non avere né contenitore, né contenuti. Sbagliato. Questa mi sembra una teoria poco logica che ha come unico effetto quello di sacrificare i contenuti per un contenitore pieno di contraddizioni. Questi i punti che ritengo ineludibili

  • Molti partiti e movimenti della sinistra hanno già una collocazione e programmi già definiti, sebbene misconosciuti e persino volutamente ignorati dai più, che contraddicono palesemente la volontà di porsi come alternativa a un’idea di sinistra liberista, quale degenerazione dello spirito originario del socialismo. Possibile di Civati ad esempio ha un programma dettagliato, condensato nel suo Manifesto, dove si evince una serie di propositi generici che possono permettere agevolmente un camuffamento in una coalizione di sinistra antiliberista, salvo poi leggere fra le righe che la legge Fornero è una legge ineludibile e necessaria per la stabilità di bilancio, contraddicendo così ogni visione altra rispetto alla vulgata liberista imperante negli ultimi decenni. Lo stesso dicasi per Mdp, che non sembra discostarsi molto, fatte le dovute eccezioni, dalla logica dei trattati e dal dogma del pareggio di bilancio, che si vorrebbe solo mitigato. Rifondazione e Si invece hanno una posizione radicalmente diversa (maggiormente RC), specialmente guardando alla loro base, rispetto ai trattati europei, alla legge Fornero e alle varie leggi antilavoriste, con un’impostazione marcatamente antiliberista. Parlare quindi di contenuti come se ognuno già condividesse gli aspetti di fondo del programma, è fuorviante e rinvia il problema del che fare a una fase successiva, subordinandolo a uno stato di necessità fine a se stesso;
  • Il proporsi di Pisapia come federatore della sinistra e architetto di un progetto di ricomposizione di quest’ultima, apre delle contraddizioni essenziali, che non possono essere sanate in un secondo tempo. Pisapia è in maniera fin troppo evidente ancorato al Pd e il suo intento è quello di riassorbire tutto il potenziale competitivo della sinistra “radicale” per ricondurlo nell’ovile Pd, partito dal quale ci separa un solco incolmabile, che segna un discrimine fondamentale fra la sinistra e le restanti offerte politiche in campo;
  • La diatriba all’interno delle varie anime della sinistra pone in maniera stridente la problematica della sovranità nazionale, che difficilmente consentirebbe una mediazione all’interno di una coalizione che consideri ogni cedimento nei riguardi dell’europeismo un tradimento;
  • Il percorso del Brancaccio prevede l’elaborazione di un programma come distillato di un procedimento deliberativo, secondo i principi del metodo democratico, dove ogni posizione ha un suo diritto di cittadinanza, purché compatibile con i principi di fondo di eguaglianza e di solidarietà.

   Difficile immaginare che le proposte di programma delle “cento piazze”, per il loro contenuto di “radicalità”, possano venire accolte, seppure in un’ottica di mediazione con le altre forze in campo, se fra queste includiamo quelle che come Possibile, Campo Progressista e una buona parte di Mdp, che hanno un atteggiamento fin troppo prudente rispetto alle politiche liberiste del passato. Civati parla di popolarie, ma non è ben chiaro di cosa si tratti e da quello che si capisce non sembra ci sia un margine ampio per un processo di deliberazione democratico e che il perimetro politico sia stabilito in partenza.

   Questi aspetti suggeriscono che una politica di appeasement nei confronti di un blocco unico di sinistra, è contraddittorio e risponde unicamente al fine di soddisfare l’ansia di vittoria di una rappresentazione purchessia di sinistra politica, indipendentemente dai contenuti di cui questa si fa portatrice.

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2 pensieri riguardo “Unità a sinistra. Per fare cosa?”

  1. Riflessioni interessanti: il fatto è che nessuno ha ormai più le idee chiare su cosa debba intendersi per “sinistra”: l’unità a sinistra implicherebbe compromessi e cedimenti di parti essenziali dell’ideologia, d’altro canto l’irrigidimento ideologico può essere di fatto una mistificazione, che mantiene un certo scollamento dalla realtà e preclude la crescita e l’assunzione di responsabilità. Il tutto è complicato dal sospetto che gli attuali dissidi a sinistra piuttosto che corrispondere a diverse prospettive politiche, mascherino invece guerre di potere: insomma nulla di confortante per chi sta in basso in una visione verticale, indipendentemente da come appare a chi sta a sinistra sulla linea orizzontale. In parole povere: “nun ce penzà” 😀

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  2. Ritengo l’analisi di Franco Cilli precisa. Mi piace l’esempio del contenitore che va poi riempito. Esprime appieno il concetto che, credo, sta alla base del Brancaccio: riunire Cittadini e chi ci vuole stare, intorno ad un programma. Senza contraddizioni!!
    Inoltre, condivido il commento di Clara, quando dice che gli attuali dissidi a sinistra mascherino, non dissidi ideologici, ma guerre di potere; da cui il Brancaccio, aggiungo, deve tenersi fuori. Ripeto: sono i partiti a ricevere benefici dal Brancaccio, e non viceversa. I fatti, finora, mi stanno dando ragione.

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