BREVI LINEE GUIDA PER IL METODO DEMOCRATICO

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Considerazioni introduttive

     Partiamo da un principio di fondo: la discontinuità rispetto a modi, politiche, strutture organizzative, metodi e criteri che hanno contraddistinto e contraddistinguono oggi la maggior parte dei soggetti intermedi di questo sistema della rappresentanza. Non c’è democrazia rappresentativa se non c’è democrazia partecipativa e viceversa. In una sola espressione, in mancanza di questa coniugazione non c’è sovranità popolare. Dialogare e discutere in un modo e secondo metodi che sono scritti nella nostra Costituzione, e la discontinuità consiste nell’applicarla. Vorremmo finalmente che protagonista sia il popolo in ogni assemblea, in ogni riunione in ogni luogo dove si assumono pubbliche decisioni.

Il procedimento “deliberativo” – principi di base

     I processi di policy-making che si richiamano alla discussione, all’inclusione, al dialogo, alla ricerca dell’accordo fra gli interessi particolaristici (consolidatisi negli ultimi decenni in migliaia di esperienze deliberativistiche anche in Europa, provenienti dall’America Latina) altro non sono che declinazioni del metodo democratico indicato nell’art. 49 Cost. Essi rappresentano applicazioni viventi di quel metodo che si ispira ai diritti fondamentali di libertà, dignità, eguaglianza e partecipazione delle persone espressi nell’art. 3 Cost. Si tratta di un progetto che presuppone grandi scelte non alla portata, oggi, della maggior parte dei partiti. Quelli disponibili a ripensare sé stessi sono oggi qui su questo nostro stesso banco di prova. Non è poco!

     Il problema fondamentale è quello di “facilitare” la riappropriazione della politica da parte dei cittadini in una situazione in cui pochissime cose depongono a favore di questa prospettiva: nel quadro di pratiche purtroppo consolidatesi di rinuncia alla sovranità, a favore di una rappresentanza sempre più “finta”. Ma le prospettive deliberativistiche mirano alla vivificazione della dialettica fra politica e società.

 

Tecniche

     Si premette che le indicazioni che seguono sono da calibrare e plasmare in ogni situazione assembleare che si presenta, dunque non hanno caratteri di rigidità, bensì di orientamento organizzativo. Il protagonismo dei cittadini presenti in una pubblica assemblea che abbia i caratteri del procedimento deliberativo, è elemento necessario e irrinunciabile:

  • La forma fisica e strutturale del luogo di adunanza deve consentire la possibile distinzione in tavoli di lavoro o tematici formati da un massimo di venti persone: almeno sedie non fissate a terra, spazi idonei a separare i tavoli (o gruppi) a distanze ragionevoli.
  • La relazione introduttiva non deve mai essere intesa come un “comizio”. Deve offrire solo elementi informativi e formativi perché i presenti siano in grado di discutere. Non deve superare, in genere, i 10-15 minuti.
  • Apertura immediata del dibattito. I “gestori” dell’assemblea devono limitarsi a un ruolo di “facilitazione” (deve esserci sempre un coordinatore che gestisce i tempi e i modi, un reporter ed altri che nelle plenarie facilitano gli interventi), incoraggiando i presenti a pronunciarsi anche solo per chiedere chiarimenti.
  • A seconda del numero dei presenti, è opportuno limitare i tempi degli interventi per consentire ai più di esprimere il proprio pensiero. Mediamente, per un’assemblea di 100 partecipanti il tempo medio è calcolabile in 6 minuti cad.; 4 minuti al secondo turno; 2 minuti al terzo turno. Un’Assemblea non deve finire per forza “in giornata”. Può durare anche più di un giorno. La democrazia richiede i tempi che le decisioni “veloci” non concepiscono. Per queste ultime non serve il Sovrano….

     Se si vuole, questo è possibile sempre ma quando il numero dei presenti supera i 100 sarebbe opportuna una suddivisione in tavoli di lavoro (o tematici) di non più di 20 componenti per discutere lo stesso o.d.g., ovvero temi differenziati. Tavoli da pochi componenti dove più facile e semplice è la comunicazione, consentono che in questo processo democratico si informino bene e si esprimano possibilmente tutti i convenuti.

     Chiuso il lavoro dei tavoli, si torna in plenaria dove si riuniscono persone che hanno già parlato, discusso e votato (quasi tutti coloro che non avrebbero preso la parola nella prima plenaria). Si tratta, infatti, di un’Assemblea di verifica dove tutto, certo, è rimesso in discussione, ma da una platea di partecipanti già informati e con le idee già chiare, salvi nuovi elementi che potrebbero utilmente intervenire nella plenaria di chiusura.

 

Modalità dei processi deliberativi

     Qui siamo un po’ più rigidi: in ogni incontro fra cittadini (anche solo due o tre) si genera un “patrimonio” che i sociologi chiamano “capitale sociale” ripetibile, spendibile e riutilizzabile per rigenerarsi, pertanto di ogni assemblea o riunione di tavoli deve essere redatto un report (o verbale) dal quale si evincano almeno i seguenti elementi:

  • Numero dei partecipanti all’assemblea;
  • Numero delle relazioni (una sola per max. 15 min.);
  • Numero degli interventi;
  • Proposte e suggerimenti (redatti e/o allegati)
  • Tempi concessi per primo, secondo e (eventuale) terzo turno di interventi
  • Cosa si è votato?

     Il report presuppone l’esistenza di un reporter che lo sottoscrive e indica nome, cognome, cellulare e indirizzo mail. La plenaria di chiusura, come si capisce agevolmente, vede una platea di convenuti già informati e consapevoli: essi hanno già acquisito nei tavoli elementi informativi e conoscitivi che prima non avevano. Hanno già espresso nei tavoli (quasi tutti) la loro opinione. In questa sede, dunque, si è realizzato il “miracolo” rousseauiano della corretta e quasi completa informazione dei presenti sicché, dopo l’illustrazione dei lavori dei tavoli e la “cucitura” dei singoli reports da parte dei gestori, il dibattito conclusivo sarà breve e veloce. Il voto finale (sull’oggetto dell’Assemblea) è la conclusione del processo c.d. “deliberativo”.

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