13 SETTEMBRE CON ANNA FALCONE. ALCUNI ARGOMENTI SU CUI DISCUTERE

di Franco Cilli

Franco Cilli

  • Politica

   Ho l’impressione che una visione evocativa, con l’invocazione a un ideale astratto di giustizia prevalga sull’analisi politica basata su presupposti scientifici. “Restiamo umani”, “ senza sé e senza ma”, sono alcune delle frasi dell’armamentario che contraddistinguono l’universo enfatico e strappacuore della sinistra. Non c’è nulla di male nel sentimento e nell’enfasi, ma se queste frasi dicono molto sulla vicinanza di un ipotetico ultimo, cui ci si rivolge come destinatario della nostra umanità, non ci dicono nulla sulla né sulla provenienza di questo, né sui meccanismi materiali che lo hanno portato a occupare gli ultimi posti della fila, mostrando le stimmate di una miseria umana intollerabile. Nemmeno ci dice nulla sul tipo di relazione politica oltre che umana che intratteniamo con questo soggetto. Un tempo sarebbe stato considerato il soggetto particolare di una classe più generale, arruolabile in un progetto di trasformazione dell’esistente, reso organico a un partito e inserito in una piramide gerarchica, funzionale alla prassi politica. Oggi, a una logica di classe, e a una visione organica di società si sostituisce una logica solidaristica sui generis. Non so dire se sia giusto abbandonare una visione materialistica e classistica dura e pura e con cosa sostituirla, ma questo è quanto abbiamo oggi.

   Insomma si tende a inserire in una data cornice narrativa, in maniera automatica qualsiasi fenomeno che chiami in causa la nostra buona o cattiva coscienza di militanti di sinistra, senza curarsi di trovare gli strumenti per valutare questo fenomeno nella sua dimensione sociale e politica. Per essere chiari il fenomeno migranti è un esempio evidente di questa scissione. Mi spiace doverlo dire, ma l’approccio umanitario non può essere l’unica risposta a un fenomeno complesso. Dire semplicemente “noi vogliamo restare umani” non basta. Può soddisfare la nostra coscienza, ma lascia all’indeterminazione di un diritto astratto (perché i capitali possono muoversi liberamente e non le persone?), la gestione di un fenomeno che volente o nolente ha indubbie ripercussioni sul nostro assetto sociale, e chiama in causa il ruolo dello stato come ente regolatore. Possiamo permetterci il lusso di considerare l’esercizio dell’autorità statale unicamente come funzionale a politiche autoritarie e oppressive o dobbiamo immaginare un ruolo capace di mediare fra istanze di controllo e giusta accoglienza? Altro esempio lampante è l’atteggiamento riguardo alle ONG. Organizzazione Non Governativa è solo una sigla che indica un aggregato umano, non è un marchio di garanzia assoluta, né un attributo di santità. Come ogni costruzione dell’uomo può avere pregi e difetti, soprattutto se le viene affidato il ruolo sussidiario di gestire l’assistenza e in alcuni casi il supporto tecnologico, di persone e nazioni “bisognose”. Gli interessi delle ONG, a prescindere dalla buona fede dei singoli operatori sanitari, non sono sempre cristallini. Ricordiamoci che l’intoccabile MSF in Siria ha svolto un ruolo ambiguo, e che spesso le ONG sono l’apripista di rivoluzioni arancioni telecomandate da stati occidentali che hanno come unico scopo la destabilizzazione di intere aree o il perseguimento di interessi geopolitici e strategici (vedi l’Ucraina). Sono troppe le prese di posizione acritiche rispetto a determinati fenomeni, come se essere di sinistra avesse un pattern di risposte predefinite e non dettate da un’analisi del contesto.

  • Economia

    Ritengo l’economia, il nodo principale di ogni programma politico che si ponga come alternativa all’esistente. L’economia è funzione della politica, non è un dato neutro stabilito da leggi assolute e univoche. Nemmeno le scienze più dure come la fisica hanno un nucleo teorico tanto saldo, figuriamoci l’economia. L’orientamento economico è deciso dalla politica e non dalle leggi di natura come si vuole far credere. La metafora dello stato come pater familias che gestisce oculatamente le risorse che ha a disposizione è un vecchio trucco di prestigio inventato dai liberisti anglosassoni per giustificare l’austerità, che guarda caso riguarda solo i membri più numerosi della famiglia e non quelli privilegiati.  Spero di non sembrare presuntuoso se dico che nel discorso del Brancaccio la grande assente è proprio l’economia. Non si può ridurre la genesi delle diseguaglianze e di ogni squilibrio sociale all’evasione e all’elusione fiscale, illudendosi di risolvere tutti i problemi derivanti dalla mancanza di risorse con la patrimoniale e con una tassazione più accorta e più efficace. Tutto ciò non cambia i fondamentali dell’economia e non cambia l’indirizzo economico. Esiste un Hayek, ispiratore delle politiche liberiste attuali ed esiste un Keynes, scegliere fra l’uno e l’altro, ammesso che non ci siano altri candidati disponibili al momento, è solo una scelta politica e l’Europa ha scelto il primo. Ha scelto la deflazione del lavoro, la privatizzazione dei beni pubblici, il controllo dell’inflazione, l’abbattimento del debito pubblico. Certo oggi sembrerebbe fuori luogo rivendicare tout court la socializzazione dei mezzi di produzione, nell’ottica puramente marxiana della legge del valore e del saggio di profitto, non siamo all’alba di una rivoluzione di classe, dobbiamo accontentarci di proposte che siano l’antitesi di quelle che il pensiero liberista predominante ci propone. Sono convinto che a questo proposito, addentrarsi negli aspetti tecnici dell’economia sia fondamentale. Non possiamo limitarci a rivendicazioni sui generis di maggiore equità, è necessario impossessarsi di un patrimonio di conoscenze adeguate che è già ampiamente disponibile (la letteratura in merito non manca) e di un lessico adeguato a formulare proposte alternative. Sapere che il debito pubblico è ben diverso da quello privato, che il deficit pubblico, se ben gestito e laddove sia possibile rimpossessarsi delle leve fiscali e della propria moneta, non è una maledizione divina, ma l’essenza stessa dell’economia, ci consentirà di rintuzzare molte delle argomentazioni fallaci dei nostri oppositori, che ci hanno stretto all’angolo con il ricatto mortale del “non ci sono i soldi”.

 

  • Europa e nazionalismo

Un argomento che divide la sinistra. Da una parte una sinistra che per comodità definiremo “globalista”, in maggioranza, che vede nell’Europa l’unico terreno possibile di confronto e un obiettivo irrinunciabile a fronte di una globalizzazione che richiede specularmente una globalizzazione dell’iniziativa politica. Dall’altra una sinistra composta da un fronte schiettamente “sovranista” e una parte che vede nella riappropriazione della sovranità del territorio nazionale, della sua moneta e della sua fiscalità, l’unico modo per ripristinare le condizioni per un’economia sana e sganciarsi da vincoli esterni (leggi UE, Commissione Europea) che in maniera surrettizia impongono scelte impopolari e apertamente ostili al lavoro e al bene pubblico.

   Personalmente sono convinto che dobbiamo uscire dalla UE. Se diamo per acquisita la sua costituzione liberista e la sua strutturazione come dispositivo in cui ogni congegno è finalizzato a implementare un’economia liberista e nemica del popolo, dobbiamo concludere a rigore di logica che tale meccanismo va disarticolato e neutralizzato. L’opposizione a questa logica si basa sull’idea come già detto dell’irrinunciabilità all’ideale europeo di unità dei popoli, sul fatto che in l’“italietta” sarebbe inappropriata a competere sul mercato globale come nazione singola e fondamentalmente sull’ostilità preconcetta verso lo stato nazione, storico depositario di tutte le nefandezze passate, guerre in primis. A questo si aggiunge un forte accento filosofico che considera l’Europa come costrutto ontologico maggiormente affine alla visione internazionalista, e direi anche storicista del movimento comunista. Ritengo tutto questo un abbaglio e un’illusione ottica, che confonde l’internazionalismo con il cosmopolitismo borghese, e che il timore irrazionale di un ritorno al vituperato stato nazione, induca a bollare preventivamente come nazionalista qualsiasi legittima istanza di riappropriazione democratica del proprio territorio nazionale. A ben guardare inoltre, appare evidente che nonostante tutto il gran parlare di nazionalismi, questi sopravvivano benissimo nelle politiche egemoniche di Germania e Francia e che l’Europa stessa possa essere concepita, con buona pace degli internazionalisti irriducibili, come un grande stato nazione.  Molti compagni sono consapevoli di tutto ciò, ma ritengono che una volta entrati nella gabbia europea sia più dannoso uscirne che restare dentro, e sono convinti che il problema si risolva dando pieno compimento al progetto europeo, che dovrebbe portare a un’Europa realmente unita anche dal punto di vista fiscale. Non è dato sapere come questo possa avvenire se non sperando in una congiunzione astrale favorevole che porti al governo in tutti e 27 gli stati europei partiti di sinistra apertamente antiausteritari e che questi siano poi capaci di intaccare il nocciolo duro del liberismo europeo. La realtà delle cose è diversa, Il potere della Germania è ben saldo e nulla fa pensare che possa essere indotto con le buone a rinunciarvi. Di fatto tutte le nostre “riforme”, trasfigurazione semantica di una parola che nasconde intenti pessimi dietro un significato positivo, sono servite a favorire il mercantilismo tedesco riducendo il costo del lavoro nei nostri paesi e disincentivando al tempo stesso la domanda interna (ricordate “abbiamo fatto di tutto per deprimere la domanda interna” di Monti?).

Mi fermo qui per brevità, sebbene ci sarebbe molto altro da dire.

Questi sono gli argomenti di cui mi piacerebbe discutere nell’assemblea del 13. Ritengo che la formazione di lista elettorale di sinistra e la formulazione di un programma politico non possa prescindere da tali punti.

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