La tragedia della non accoglienza. L’ultima di una lunga serie

di Marco Simone

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   Qui Africa. Il Global Peace Index 2016 certifica che in 79 nazioni il mondo è meno vivibile, si trovano tutte nel continente africano incluso il suo versante orientale: le guerre del nord Africa e della penisola araba, la crisi mediorientale, il terrorismo hanno generato un peggioramento di vivibilità. Afghanistan e Iraq sono in guerra da oltre 10 anni. A questi, si sono aggiunti Siria, nel 2011, e ancora Libia e Yemen.

   L’Africa è un continente in via di sviluppo, carente in infrastrutture, nel quale i processi di democratizzazione fanno ancora fatica a consolidarsi; in Africa le crisi umanitarie sono all’ordine del giorno, le epidemie sono difficili  da debellare e la siccità contribuisce ad affamare sempre più i popoli, anche grazie a quel surriscaldamento termico di cui l’occidente colpevole parla due volte l’anno.

   L’Africa è una pentola che bolle. Parliamo di un continente di 1,2 Miliardi circa di abitanti, nel quale sono relativamente poche le persone che possono contare su istruzione e sanità. Migliaia, milioni di altre persone si spostano da uno Stato all’altro in cerca di una vita migliore. Molte vengono uccise, altre stuprate, quasi tutti sono privati dei propri diritti civili. Poche di queste persone,  riescono ad arrivare in Libia: l’Europa come ultima speranza.

   Già, l’Europa. Neanche 800 Milioni di abitanti, si dimostra impossibilitata a accogliere migranti, ma quanti ne sono? Dati Frontex del 2016 riportano 181 mila arrivi, praticamente nulla. Andiamo a capire i motivi di questa incapacità.

   L’Europa è governata da politiche neo-liberiste che arricchiscono pochi ed indebitano molti altri. In molti di questi Stati, lo Stato Sociale sembra oramai un concetto remoto. In Italia, primo paese di approdo per molti migranti, povertà ed emarginazione sociale non sono presenti nel programma politico dei governanti da più di venti anni, se si esclude il recente Reddito di inclusione, decreto pre-elettorale che non basta nemmeno a coprire un terzo del reale fabbisogno, secondo Forum Terzo Settore.

   Questo vuol dire che le esigenze delle quali si fa portatore il popolo dei migranti, in Italia, non sono considerate proprio come necessità all’ordine del giorno, a prescindere dall’emergenza immigrazione.  Questa è la prima tragedia, alla quale se ne aggiungono molte altre.

   Un’altra è rappresentata dal modo nel quale vengono trattate queste persone, svestendole della loro umanità e della loro sofferenza. Il termine migrante economico è diventato l’etichetta sterile che permette di sviare qualsiasi tematica umanitaria. L’insufficienza di questo termine è emblematica della scarsa portata politica degli interventi messi in atto dall’attuale Governo Italiano.   La distinzione elaborata da  Egon Kunz del 1973, infatti, è superata da tempo perché distingue chi lo fa per necessità, da chi lo fa per interesse, senza dare una lettura complessa dei fenomeni migratori.

   Questa complessità, però, è ben presente nella mente degli operatori umanitari che lavorano nel Mar del Mediterraneo sulle navi delle ONG, per via delle loro missioni in tutta l’Africa, tra guerre, fame e malattie.

   Le ONG quindi, con la loro sensibilità riguardo alla sofferenza umana, ricordano ad Italia ed Europa le loro manchevolezze: un’attenzione costante alle necessità degli individui. Ma il sistema economico che governa il vecchio continente non permette un funzionamento che preveda la loro considerazione, ragion per cui sono state espulse da quell’omeostasi conservativa che antepone finanza e profitto al benessere dei cittadini. Arriviamo quindi alla terza tragedia, che passo a descrivere.

   L’era dell’accoglienza in Italia non è finita con il Codice Minniti, l’accoglienza non c’è mai stata. Lasciando da parte le problematiche riguardo a processi di integrazione ed inclusione che non si è mai deciso di affrontare seriamente, le modalità con le quali si è “parcheggiato” queste persone illumina sulla concezione che oggigiorno si ha dell’essere umano, perlomeno in Italia.

   Il migrante è una persona traumatizzata, che necessita di attenzione medica, psicologica, oltre che di un percorso appropriato di socializzazione. Proviene da un viaggio lungo, da esperienze di sopraffazione e di carenza alimentare. Con questo bagaglio di fatiche esistenziali si ritrova a contatto con un contesto respingente che non ha la minima idea della sua condizione. E’ accaduto che queste persone sono state trattate come merce da sistemare, ma non per una questione razziale. Bensì perché in Italia si è perso di vista quali siano le necessità degli individui, a prescindere dall’emergenza immigrazione. Basti guardare i bisogni di Istruzione e Sanità: sono affidati ad aziende che funzionano in base a principi di profitto. Si tratta di una perversione della loro funzione originaria; quei capisaldi che prima assicuravano assistenza e crescita ora non posso più definirsi tali, perché il loro funzionamento è legato oramai a motivazioni economiche e di prestazione. Taluni presupposti di fattura finanziaria sono regolati delle leggi di bilancio, le quali sono indissolubilmente legate ai dettami dell’Unione Europea.

Non credo di dire nulla di nuovo. Mi preme però inserire Marco Minniti ed i suoi diktat all’interno di un processo politico che ha visto sia svilire lo Stato Sociale, sia snaturare la funzione originaria delle Istituzioni. Le tappe di questo processo ed il ruolo degli attori Italiani ed Europei meritano un’ampia trattazione altrove, ma quello che mi preme sottolineare è che se vogliamo un futuro migliore per queste persone e per la nostra società dobbiamo assumerci la responsabilità di proporre un modello di società differente che metta:

  1. Lo Stato Sociale al centro delle politiche italiane ed europee
  2. Un ritorno alla funzione originaria delle Istituzioni, ovvero indirizzate ai bisogni degli individui

   Con questo quadro politico di riferimento è possibile un progetto di accoglienza per i migranti che provengono dall’Africa ed un percorso che assicuri loro dignità e futuro; solo così è possibile, e rimane la mia umile opinione, un processo migratorio che magari parta da corridoi umanitari e che continui tramite processi di socializzazione ed inclusione. Altri tentativi rischiano di essere fallimentari, perché il quadro di riferimento olistico e generale di riferimento finanziario non li prevede.

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