Quella strana sensazione sulla pancia

di Marco Simone

marcosimoneFinalmente siamo arrivati a questo appuntamento tanto desiderato, gli incontri territoriali dell’Assemblea Popolare per la Democrazia e l’Uguaglianza. Certo che, già nel riflettere a quanto sia emblematico il nome dato a questo movimento popolare ci sarebbe molto da dire, ma preferisco soffermarmi su una serie di riflessioni riguardanti il senso politico ed umano di quello che andremo a fare, per come la vedo io.

Al Teatro Brancaccio Anna Falcone e Tomaso Montanari, insieme ai numerosi partecipanti a quell’incontro, hanno definito uno spazio, un terreno politico da coltivare i quali confini sono chiaramente definiti da tre paletti saldi e ben fissati a terra: lavoro, diritti e dignità.

Si tratta di uno territorio molto fertile, che da quel giorno stiamo strenuamente difendendo nel dibattito politico che si è aperto, forse perché ne intuiamo le potenzialità, ma soprattutto perché avvertiamo il bisogno che questo spazio esista, oggi, per far sopravvivere la nostra società ormai ammutolita da povertà e disoccupazione. Non manchiamo infatti di far notare che per entrarci bisogna rispettare il senso che abbiamo dato a quel confine; al contempo però, teniamo a precisare che la porta è aperta a tutti.

Siamo decisi in quel che vogliamo e democratici nel farlo.

Accade troppo spesso però, e dalle parti della sinistra è ben risaputo, che per difendere confini e opinioni, si perda di vista ciò che è il primo obiettivo del dibattito politico: lavorare insieme per il benessere dei cittadini. Non possiamo negare infatti che l’ “essere contro” o l’ “essere diverso da”, per quanto legittimo e necessario, troppe volte rischia di sovrapporsi all’ “essere per” un dibattito costruttivo funzionale ad offrire soluzioni. Ecco, il senso politico di quello che voglio dire è espresso da queste ultime frasi, in sintesi: è necessario far convergere le nostre idee e promuovere la partecipazione. Il “chi abbraccia a chi”, il “chi telefona a chi”, sinceramente lo accantonerei per un attimo. Certo è comprensibile, per chi è deciso ed ha ben chiaro ciò che vuole è difficile avere a che fare con l’ambiguità, ma ciò non deve distrarre la nostra attenzione, non in questa fase, perché la nostra ambizione nei prossimi giorni dovrà essere quella di dare una forma politica tangibile a ciò che giace entro quei confini sopra citati.

Infine, permettetemi di soffermarmi un attimo sul termine partecipazione per trasmettervi le mie sensazioni. Io trovo che nel dibattito al quale stiamo assistendo, quest’ultimo stia ricoprendo il suo valore più umano. Io sono stato travolto dall’energia presente nelle comunicazioni che precedono questo nostro incontro; avverto una strana sensazione sulla pancia, avverto nelle persone che mi hanno coinvolto la convinzione che ognuno di noi ha un potenziale da esprimere tanto che ogni singola adesione risulta essere una conquista. A volte mi lascia impreparato la fiducia in questo spazio presentata da persone che passato hanno provato più volte la delusione derivante da falliti tentativi di convergenza a sinistra; mi lascia ancor di più sorpreso la convinzione presentata dai giovani che vi partecipano, che nulla ha da invidiare a chi in politica ne ha viste tante e che quindi sa cos’è giusto fare.

Forse è questo il senso più umano di ciò che ci ripetiamo da giorni: una politica fatta da un Noi che parte dal basso, che nella partecipazione lontana dall’interesse dei singoli riscopre il valore di ognuno e restituisce il valore autentico al termine aggregazione, ovvero ricchezza.

Forse, anzi sicuramente, il significato del non voto esprime l’amarezza e la delusione di molti giovani e disoccupati che sono arrivati a pensare “loro non hanno bisogno di me”. Dimostriamogli che non è così, coinvolgiamoli, torniamo ad essere, o forse è meglio dire proviamo ad essere, una società plurale che ha bisogno di tutti, nessuno escluso.

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