Ripartire dalle comunità locali: non una testa un voto, ma uno vale tutti

di Daniele Licheri

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   Sono tra i tanti che hanno partecipato alla bella assemblea del Brancaccio e ho molto apprezzato lo sforzo di Anna Falcone e Tomaso Montanari di provare a convocare un nuovo percorso in vista della elezioni politiche. Hanno dimostrato una buona dose di coraggio che oggi serve tantissimo.

   Soprattutto ho apprezzato due cose: l’idea che si riparta dalle questioni concrete e da lì si provi a ricostruire un percorso di condivisione che riparta dai territori. Ma non in modo astratto sia chiaro, il riferimento al Referendum costituzionale come elemento fondativo di una nuova storia da costruire mi convince.

Il punto politico è esattamente questo: la sinistra torni a essere utile socialmente e a incarnare il desiderio di cambiamento che abbiamo visualizzato plasticamente dal voto del 4 dicembre, ed allora ci potranno essere speranze. La sinistra in questi anni ha dismesso completamente il proprio insediamento sociale. Il giornale è un vero e proprio bollettino di guerra: morti sul lavoro, femminicidi; una sinistra degna di questo nome deve tornare ad avere pensieri lunghi, deve saper immaginare un futuro e deve sapere mettere in piedi una idea di mondo. Oggi accozzaglie di ceto politico (sia di partito sia di movimento) o scorciatoie con alleanze posticce comporta il solo continuare a essere percepiti come parte del problema e non della soluzione.

   Essendo segretario regionale di un partito non mi sfugge come in giro ci sia una evidente e legittima richiesta di unità a Sinistra del Pd che credo vada ascoltata ed interpretata.

   Tante e tanti mi dicono fate una lista unica. Credo sia giusto provarci tenendo a mente però che questa esperienza non può rinunciare né ad essere inclusiva né ad essere chiara negli obiettivi che ci diamo insieme.

   Il problema non è solo metterci insieme, ma come ricominciare a far partecipare i milioni di persone che hanno abbandonato la politica senza essere ‘ingombranti”: l’inclusività e l’eccedenza a cui tutti dovremmo ambire e si verificheranno se “cediamo sovranità”, e se diamo protagonismo alle nuove generazioni. Non commettiamo l’errore di rimettere insieme i cocci di una sinistra che fu, pensando basti. Il mondo è cambiato.

   Dobbiamo guardare all’astensionismo, e lì che dobbiamo mettere piedi e mani e provare a riattivare energie. Se quasi il 50% degli elettori rinuncia a partecipare e perché la sfiducia è arrivata ad un livello ormai altissimo tra le persone. Dobbiamo avere l’ambizione di invertire questa tendenza.

   Io vorrei che lasciassimo libere le nuove generazioni di agire da sole, dando loro la possibilità di auto-rappresentarsi. Senza la presunzione di avere noi la verità in tasca da trasmettergli. E senza operare le “cooptazioni” dei fidati. Queste opzioni ci hanno consegnato nel passato tanti danni e “morti sul campo” che non sono più da ripetere.

   Per questo credo fortemente che il percorso lanciato il 18 Giugno possa essere non salvifico ma determinante.

Il metodo è sostanza, per questo immagino non un modello rigido e prestabilito dai vertici a Roma, ma al contrario una possibilità di reinventare tempi e modi tenendo a mente due elementi: Il primo; non una testa un voto che allude spesso a visioni minoritarie e militari, ma il metodo del consenso che vuol dire massima condivisione e massima partecipazione e lo sforzo di avere dei facilitatori delle nostre discussioni. E’ forse più difficile cosi ma questo presuppone che si tenga conto delle sensibilità di tutte e di tutti e di una capacità di sapere ascoltare.

   La seconda che i partiti siano presenti alla pari dei singoli e delle associazioni: ne sotto ne sopra. Mi spiego. Per anni si è teorizzato che i partiti siano stati il male assoluto, ed anche certa sinistra si è innamorata della parola “società civile” (come se la società non fosse stata modificata e travolta complessivamente) e i partiti, comprese le sue contraddizioni, non fossero appunto lo specchio anche di quelle degenerazioni.

   Ecco Montanari nella sua relazione fa un passaggio importante, dare dignità e pari responsabilità dei partiti come dei singoli e/o delle associazioni o dei comitati di lotta che devono concorrere insieme alla costruzione di questo spazio comune.

   D’Altronde la bella esperienza fatta a Padova alle ultime amministrative dalla Coalizione civica ci racconta come si possa essere molto ambiziosi anche nel cambiare i rapporti di forza proprio cimentandosi con la ricostruzione dei corpi intermedi e con un processo che sia largamente partecipato. Un tema decisivo per il nostro futuro.

   Io non ho il torcicollo, non voglio rifare l’Ulivo, né sinistre arcobaleno, non credo che ricette obsolete possano salvarci, la mia generazione non si sente sconfitta e non vuole morire di vittimismo e di resa. Allo stesso tempo non mi basta la testimonianza e non mi accontento di un mero posizionamento elettorale. Servirà un lavoro lungo che guardi al medio periodo, chi pensa che tutto si possa risolvere alle prossime elezioni politiche o è ingenuo o è disonesto. Sappiamo però che sono uno snodo decisivo per gettare le basi di un percorso più lungo e solido. Questo si.

   Il Pd a trazione renziana ha concluso la sua mutazione genetica, è chiaro che ha scelto di abbandonare definitivamente il campo originale di gioco. Il Decreto Minniti è paradigmatico: invece che la guerra alla povertà si fa la guerra ai poveri. Il problema è che non si tratta di un singolo seppur gravissimo scivolone perché il provvedimento si pone all’interno di un quadro di contro-riforme come la Buona scuola e l’abolizione dell’art. 18 degli ultimi anni. Il Pd a forza di inseguire la destra è diventato di destra. Ora però bisogna avere la forza di non essere subalterni a questo schema di gioco. Per evitarlo bisogna evitare di farsi schiacciare in una dinamica politicista in cui esistiamo solo in una sterile contrapposizione o con loro o contro di loro.

   Serve una nostra agenda politica, pochi punti chiari, e la costruzione di percorsi nuovi, senza scorciatoie e senza vivere in attesa di Godot. Di questioni cruciali in Abruzzo c’è ne sono fin troppe tra Sanità, vertenze ambientali, crisi industriali, e tutta la questione legata al cratere sismico. Tutto si lega dalla questione della democrazia e da come spesso le grandi decisioni ci cadono sulla testa. Per sconfiggere le destre Serve fare la Sinistra non citarla o sognarla. Serve, come si diceva, una volta, un intellettuale collettivo, e serve costruirlo subito tornando in quelle periferie troppo spesso citate e troppo poco frequentate. Bene partiamo allora, iniziamo ad organizzare insieme assemblee sui territori, ovunque, nei quartieri, nei piccoli paesi.

E facciamolo subito. Chi firma l’appello dunque non abbia paura e non aspetti segnali dell’alto che abbiamo già perso troppo tempo.

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