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L’Appello di Anna Falcone e Tomaso Montanari

Questo è l’estratto dell’articolo.

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Siamo di fronte ad una decisione urgente», sottolineano Anna Falcone e Tomaso Montanari lanciando oggi un appello per l’unità della Sinistra. «Che non è decidere quale combinazione di sigle potrà sostenere il prossimo governo fotocopia, ma come far sì che nel prossimo Parlamento sia rappresentata la parte più fragile di questo Paese e quanti, giovani e meno giovani, in seguito alla crisi, sono scivolati nella fascia del bisogno, della precarietà, della mancanza di futuro e di prospettive. La parte di tutti coloro che da anni non votano perché non credono che la politica possa avere risposte per la loro vita quotidiana: coloro che non sono garantiti perché senza lavoro, o con lavoro precario; coloro che non arrivano alla fine del mese, per stipendi insufficienti o pensioni da fame».
Al centro del documento della giurista e dello storico dell’arte dell’Università Federico II di Napoli c’è la grande questione della diseguaglianza.
«Pensiamo che il primo passo di una vera lotta alla diseguaglianza sia portare al voto tutti coloro che vogliono rovesciare questa condizione e riconquistare diritti e dignità».
Da qui la proposta politica: «È necessario aprire uno spazio politico nuovo, in cui il voto delle persone torni a contare. Soprattutto ora che sta per essere approvata l’ennesima legge elettorale che riporterà in Parlamento una pletora di “nominati”. Soprattutto in un quadro politico in cui i tre poli attuali: la Destra e il Partito Democratico, purtroppo indistinguibili nelle politiche e nell’ispirazione neoliberista, e il Movimento 5 Stelle o demoliscono o almeno non mostrano alcun interesse per l’uguaglianza e la giustizia sociale».
Ci vuole, dunque, scrivono i due firmatari dell’appello «una Sinistra unita, in un progetto condiviso e in una sola lista. Una grande lista di cittadinanza e di sinistra, aperta a tutti: partiti, movimenti, associazioni, comitati, società civile. Un progetto capace di dare una risposta al popolo che il 4 dicembre scorso è andato in massa a votare “No” al referendum costituzionale, perché in quella Costituzione si riconosce e da lì vorrebbe ripartire per attuarla e non limitarsi più a difenderla». La rincorsa al centro e la via maggioritaria, si legge ancora nel documento, hanno fatto sì che «una classe politica che si diceva di sinistra è andata al governo per realizzare politiche di destra». Urge un nuovo corso con «un progetto politico che aspiri a dare rappresentanza agli italiani e soluzioni innovative alla crisi in atto, un percorso unitario aperto a tutti e non controllato da nessuno, che non tradisca lo spirito del 4 dicembre, ma ne sia, anzi, la continuazione. Un progetto che parta dai programmi, non dalle leadership e metta al centro il diritto al lavoro, il diritto a una remunerazione equa o a un reddito di dignità, il diritto alla salute, alla casa, all’istruzione. Un progetto che costruisca il futuro sull’economia della conoscenza e su un modello di economia sostenibile, non sul profitto, non sull’egemonia dei mercati sui diritti e sulla vita delle persone. Un progetto che dia priorità all’ambiente, al patrimonio culturale, a scuola, università e ricerca: non alla finanza; che affronti i problemi di bilancio contrastando evasione ed elusione fiscale, e promuovendo equità e progressività fiscale: non austerità e politiche recessive».
Con una precisazione di metodo: «un simile progetto, e una lista unitaria, non si costruiscono dall’alto, ma dal basso. Con un processo di partecipazione aperto, che parta dalle liste civiche già presenti su tutto il territorio nazionale, e che si apra ai cittadini, per decidere insieme, con metodo democratico, programmi e candidati». Quanto al programma è già nei principi fondamentali della Costituzione, affermano Montanari e Falcone che sono stati protagonisti di una fortissima campagna per il no alla riforma costituzionale Renzi-Boschi. In primo piano è l’articolo 3 della Carta: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale, e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».
«È su questa piattaforma politica, civica e di sinistra – concludono Montanari e Falcone – che vogliamo costruire una nuova rappresentanza. È con questo programma che vogliamo chiamare le italiane e gli italiani a votare… lo facciamo a titolo personale, e senza coinvolgere nessuna delle associazioni o dei comitati di cui facciamo parte – la responsabilità di fare questa proposta. L’unica adeguata a questo momento cruciale. Perché una sinistra di popolo non può che rinascere dal popolo. Invitiamo a riunirsi a Roma il prossimo 18 giugno tutti coloro che si riconoscono in questi valori, e vogliono avviare insieme questo processo».

IL CORAGGIO DI SOGNARE UN MONDO MIGLIORE CON LA LOTTA

di Alessio Di Florio

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    “C’è solo la strada su cui puoi contare, la strada è l’unica salvezza” cantava Giorgio Gaber. E la strada, carissime compagne e cari compagni, è l’unica salvezza possibile anche per noi. Chi osserva quel che sta succedendo in Sicilia o a livello nazionale, un giovane che vorrebbe fare militanza, una persona che vorrebbe votare a sinistra, chiunque sente sulle spalle la necessità di lottare per migliorare questo mondo, per combattere l’ingiustizia e l’emarginazione capitalista, vede tutt’altro. Sempre più appare tutta una questione di segreterie, palazzi, scuderie. L’anno scorso mi son permesso di inviare una nota ad alcune compagne e compagni, chiedendo provocatoriamente “Dovremmo gridare sempre più e invece si appare afoni. Perché?”. Attorno a noi le ingiustizie del capitale, la disumana brutalità delle classi dirigenti, il loro sovversivismo, l’aumento dirompente di emarginati, sofferenti, deboli, impoveriti, disoccupati, malati abbandonati, aumentano sempre più. E la “politica” è sempre più egemonizzata da chi agita l’odio sociale tra le classi degli ultimi e dei penultimi, incanalando la rabbia sociale lontana dal “padrone”, e la “lotta di classe dall’alto”. Si oscilla drammaticamente tra il nazionalismo patriottico più osceno e il capitalismo più spietato. Nell’estate in cui la barbarie è stata protagonista, in cui si è perseguitata la solidarietà e l’umanità, si sono anche sdoganate le mafie. Sono mesi che va avanti una campagna stampa e politica che sta di fatto “normalizzando” le mafie, sta facendo passare il concetto che i politici condannati per mafia sono perseguitati, che le mafie ormai non sono un pericolo(in entrambi in prima fila col suo quotidiano Piero Sansonetti…), che la corruzione c’è ma non è un gran problema, si può sopportare. Ma la realtà è un’altra, la realtà è che oggi le mafie s’insinuano e manovrano ovunque. Le moderne mafie muovono i fili di grandi imprese e pubbliche amministrazioni, decidono le sorti di interi territori (un esempio su tutti, Mammasantissima sul dominio massomafioso in Calabria, sarà un caso che una delle più grandi campagne “innocentiste” si schiera con uno dei capisaldi dell’organizzazione colpita in quest’inchiesta?). Usando un termine apparentemente antico ma, in realtà, mai attuale come ora le mafie sono tra le punte di diamante del “sovversivismo delle classi dirigenti”, del sovversivismo del Capitale.

    Si vuol far credere che si deve esaltare Marchionne e detestare il poveraccio che cerca di sopravvivere ai margini delle strade. Quegli impoveriti, quegli emarginati, quei lavoratori rimasti senza lavoro, quei malati a cui i diritti son negati sempre più, quelle migliaia di persone assassinate dal capitalismo criminale delle “terre dei fuochi”, quei popoli sotto il tallone di oppressione, militarismo, guerre e terrorismi, il malessere di coloro che subiscono ingiustizie, l’ipersfruttamento delle lavoratrici e dei lavoratori nelle fabbriche, nei magazzini e nei campi, il massacro dei palestinesi a Gaza, la resistenza kurda che continua ad illuminare il cammino degli oppressi e dei ribelli (una bellissima parola che si sente pronunciare e praticare sempre, ma se non siamo ribelli, irregolari, non siamo …), la narcoprovincia dell’Impero che è ormai l’Afghanistan, ci chiamano e pretendono di essere la priorità, l’unica vera nostra priorità su tutto e tutti.

    La strada chiama, la strada è l’unica salvezza. E allora, ed è anche la proposta che Sinistra Anticapitalista rivolge e rivolgerà a chiunque voglia costruire una sinistra di classe, una sinistra che restituisca voce e cammini con chi non ha voce e si sente abbandonato, che cammini con gli ultimi, con gli impoveriti, gli oppressi, le vittime di ogni ingiustizia, gli indifesi, si riparta solo e soltanto dalla lotta, da una politica che guardi verso di loro e con loro cammini, combatti, spera. Che restituisce una visione di mondo, che ha il coraggio di sognarlo un mondo migliore, denunciando e lottando. Tutto il resto verrà da solo … perché quando non si perde tempo tra segreterie e palazzi, assemblee blindate e soliti riti stantii, le risposte verranno da sole. E anche quando le intenzioni sono le migliori possibili, non si può neanche per un secondo anche solo apparire di segreteria e di palazzo. Perché comunque si è fallito. Quando si denunciano le guerre e l’aumento delle spese militari non c’è bisogno di porsi domande su certi personaggi in cerca d’autore, quando si lotta accanto ai precari c’è poco da aggiungere su chi ha votato e portato in Italia il precariato più selvaggio, quando si cammina accanto ai popoli oppressi e agli impoveriti di ogni latitudine, quando rivediamo Napoli e Genova 2001, quando ricordiamo chi rappresentò il governo italiano a Seattle nel 1999, chi tradì Ocalan, chi si schierò con le guerre (e partecipò ai tanti aumenti delle spese militari) mentre si tagliavano pensioni, ospedali e tanto altro, non c’è altro da aggiungere. La strada chiama, gli impoveriti, gli ultimi, gli emarginati, l’umanità immersa in tutti i sotterranei della Storia, le vittime delle ingiustizie grandi e piccole quotidiane, chi resiste ai feudalismi clientelari e mafiosi moderni e agli imperialismi di ogni latitudine, indicano l’unica rotta possibile. E in conclusione non posso permettermi di omettere quanto sta succedendo in Abruzzo in queste settimane: la Regione che continua a spendere soldi a pacchi per il project financing di Maltauro, che li trova prima di subito per ponti sul mare e rimboschimenti di aree incendiate che non dovrebbero neanche essere ipotizzati, continua a perseguire tagli di ospedali, siamo arrivati persino ai pronto soccorso con colonnina telefonica (tipo SOS autostradali …) e non trova ancora soldi per malattie gravi, autistici, disabili, ipovedenti e ipoudenti. Qua non si garantisce il diritto allo studio, si mandano alunni nelle classi di scuole in larghissima maggioranza pericolose per terremoti e l’assistenza scolastica (sia in aula che nel trasporto) per alcuni non è partita e per chi è partita non appare possibile portarla fino alla fine.

CONTRIBUTO ALL’APPELLO SULLA “ALLEANZA POPOLARE PER LA DEMOCRAZIA E L’UGUAGLIANZA ABRUZZO”

di Guglielmo Ferri

Ferri

    Nell’affrontare il processo per la costruzione di una alleanza popolare per la democrazia e l’uguaglianza io credo che dobbiamo sfatare un falso mito degli ultimi tempi. Non è affatto vero che l’ideologia non esiste più, questo è quanto vorrebbe farci credere chi ci governa, è quanto converrebbe che noi credessimo, e ciò converrebbe ai gruppi di potere oligarchici, al partito della nazione, a Confindustria, a quelli che non fanno distinzioni tra destra e sinistra, insomma al neoliberismo ed al capitalismo.
Ma così non è e per ribaltare questo pensiero che vorrebbero far passare come dominante noi dobbiamo tornare ai fondamentali; e tra tutti i fondamentali dobbiamo riappropriarci di quello più importante, di quello che non è mai stato applicato dalla cosiddetta sinistra di governo e che è stato praticamente abbandonato anche dalla sinistra di opposizione.
Questo fondamentale è la lotta di classe. E non dobbiamo temere di essere tacciati di anacronismo, perché non c’è nulla di più attuale, in questo periodo di sanguinoso capitalismo, della lotta di classe. Si tratta di una battaglia che è in corso da sempre ma alla quale la sinistra non ha più partecipato, perché è il capitalismo che la sta combattendo e vincendo praticamente indisturbato.
Quindi per una forza politica popolare di sinistra come quella che stiamo tentando di costruire noi tornare a praticare la lotta di classe significa tornare nei luoghi di lavoro, stare nei conflitti e nelle vertenze sindacali, coinvolgere i lavoratori stessi nel processo di costruzione del programma politico.
Al di là di tutta una serie di strampalate analisi sulla fine del lavoro manuale bisogna dire che l’Italia è pur sempre la seconda industria manifatturiera europea, quindi il lavoro c’è, solo che è precario, mal pagato, oggetto di ricatto, delocalizzato all’estero, più pericoloso rispetto agli anni precedenti (lo dice anche l’Istat che gli infortuni e le morti bianche aumentano perché è aumentata l’età pensionabile ed i lavoratori sono sempre più vecchi).
Bisogna quindi tornare a dare importanza politica al lavoro, bisogna tornare ad applicare la teoria con la prassi, non fermandosi alle analisi (che pur sono importanti), ovvero mettere a punto iniziative concrete al fianco dei lavoratori nelle situazioni di conflitto (picchetti, sit-in, manifestazioni, appoggio politico negli scioperi), elaborare soluzioni e poi agire affinché vengano messe in pratica.
Io direi quindi che una delle assemblee tematiche più importanti è sicuramente quella sul lavoro, dalla quale bisogna far innanzitutto emergere chiaramente la nostra volontà di abolire la legge Fornero ed il Jobs Act, la volontà di ripristinare l’art. 18 e di ampliarne il campo di applicazione; ma contestualmente questa assemblea deve coinvolgere i lavoratori e stabilire tutta una serie di azioni concrete da portare dove sono le criticità, i
conflitti, le vertenze. Quindi dobbiamo fare assemblee tematiche e territoriali inizialmente nei luoghi dove sono presenti maggiori problematiche lavorative e deliberare azioni concrete da porre in atto.
Solo così, a mio avviso, abbiamo la possibilità di recuperare il terreno perso a favore dell’astensionismo e del voto di protesta tout court che è andato ad ingrossare le fila del movimento cinque stelle, solo rendendo pienamente e democraticamente partecipi i lavoratori, i precari ed i disoccupati nel processo di costruzione di una sinistra veramente popolare, ascoltandone le istanze e conseguentemente tornando alla prassi della lotta di classe.

BREVI LINEE GUIDA PER IL METODO DEMOCRATICO

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Considerazioni introduttive

     Partiamo da un principio di fondo: la discontinuità rispetto a modi, politiche, strutture organizzative, metodi e criteri che hanno contraddistinto e contraddistinguono oggi la maggior parte dei soggetti intermedi di questo sistema della rappresentanza. Non c’è democrazia rappresentativa se non c’è democrazia partecipativa e viceversa. In una sola espressione, in mancanza di questa coniugazione non c’è sovranità popolare. Dialogare e discutere in un modo e secondo metodi che sono scritti nella nostra Costituzione, e la discontinuità consiste nell’applicarla. Vorremmo finalmente che protagonista sia il popolo in ogni assemblea, in ogni riunione in ogni luogo dove si assumono pubbliche decisioni.

Il procedimento “deliberativo” – principi di base

     I processi di policy-making che si richiamano alla discussione, all’inclusione, al dialogo, alla ricerca dell’accordo fra gli interessi particolaristici (consolidatisi negli ultimi decenni in migliaia di esperienze deliberativistiche anche in Europa, provenienti dall’America Latina) altro non sono che declinazioni del metodo democratico indicato nell’art. 49 Cost. Essi rappresentano applicazioni viventi di quel metodo che si ispira ai diritti fondamentali di libertà, dignità, eguaglianza e partecipazione delle persone espressi nell’art. 3 Cost. Si tratta di un progetto che presuppone grandi scelte non alla portata, oggi, della maggior parte dei partiti. Quelli disponibili a ripensare sé stessi sono oggi qui su questo nostro stesso banco di prova. Non è poco!

     Il problema fondamentale è quello di “facilitare” la riappropriazione della politica da parte dei cittadini in una situazione in cui pochissime cose depongono a favore di questa prospettiva: nel quadro di pratiche purtroppo consolidatesi di rinuncia alla sovranità, a favore di una rappresentanza sempre più “finta”. Ma le prospettive deliberativistiche mirano alla vivificazione della dialettica fra politica e società.

 

Tecniche

     Si premette che le indicazioni che seguono sono da calibrare e plasmare in ogni situazione assembleare che si presenta, dunque non hanno caratteri di rigidità, bensì di orientamento organizzativo. Il protagonismo dei cittadini presenti in una pubblica assemblea che abbia i caratteri del procedimento deliberativo, è elemento necessario e irrinunciabile:

  • La forma fisica e strutturale del luogo di adunanza deve consentire la possibile distinzione in tavoli di lavoro o tematici formati da un massimo di venti persone: almeno sedie non fissate a terra, spazi idonei a separare i tavoli (o gruppi) a distanze ragionevoli.
  • La relazione introduttiva non deve mai essere intesa come un “comizio”. Deve offrire solo elementi informativi e formativi perché i presenti siano in grado di discutere. Non deve superare, in genere, i 10-15 minuti.
  • Apertura immediata del dibattito. I “gestori” dell’assemblea devono limitarsi a un ruolo di “facilitazione” (deve esserci sempre un coordinatore che gestisce i tempi e i modi, un reporter ed altri che nelle plenarie facilitano gli interventi), incoraggiando i presenti a pronunciarsi anche solo per chiedere chiarimenti.
  • A seconda del numero dei presenti, è opportuno limitare i tempi degli interventi per consentire ai più di esprimere il proprio pensiero. Mediamente, per un’assemblea di 100 partecipanti il tempo medio è calcolabile in 6 minuti cad.; 4 minuti al secondo turno; 2 minuti al terzo turno. Un’Assemblea non deve finire per forza “in giornata”. Può durare anche più di un giorno. La democrazia richiede i tempi che le decisioni “veloci” non concepiscono. Per queste ultime non serve il Sovrano….

     Se si vuole, questo è possibile sempre ma quando il numero dei presenti supera i 100 sarebbe opportuna una suddivisione in tavoli di lavoro (o tematici) di non più di 20 componenti per discutere lo stesso o.d.g., ovvero temi differenziati. Tavoli da pochi componenti dove più facile e semplice è la comunicazione, consentono che in questo processo democratico si informino bene e si esprimano possibilmente tutti i convenuti.

     Chiuso il lavoro dei tavoli, si torna in plenaria dove si riuniscono persone che hanno già parlato, discusso e votato (quasi tutti coloro che non avrebbero preso la parola nella prima plenaria). Si tratta, infatti, di un’Assemblea di verifica dove tutto, certo, è rimesso in discussione, ma da una platea di partecipanti già informati e con le idee già chiare, salvi nuovi elementi che potrebbero utilmente intervenire nella plenaria di chiusura.

 

Modalità dei processi deliberativi

     Qui siamo un po’ più rigidi: in ogni incontro fra cittadini (anche solo due o tre) si genera un “patrimonio” che i sociologi chiamano “capitale sociale” ripetibile, spendibile e riutilizzabile per rigenerarsi, pertanto di ogni assemblea o riunione di tavoli deve essere redatto un report (o verbale) dal quale si evincano almeno i seguenti elementi:

  • Numero dei partecipanti all’assemblea;
  • Numero delle relazioni (una sola per max. 15 min.);
  • Numero degli interventi;
  • Proposte e suggerimenti (redatti e/o allegati)
  • Tempi concessi per primo, secondo e (eventuale) terzo turno di interventi
  • Cosa si è votato?

     Il report presuppone l’esistenza di un reporter che lo sottoscrive e indica nome, cognome, cellulare e indirizzo mail. La plenaria di chiusura, come si capisce agevolmente, vede una platea di convenuti già informati e consapevoli: essi hanno già acquisito nei tavoli elementi informativi e conoscitivi che prima non avevano. Hanno già espresso nei tavoli (quasi tutti) la loro opinione. In questa sede, dunque, si è realizzato il “miracolo” rousseauiano della corretta e quasi completa informazione dei presenti sicché, dopo l’illustrazione dei lavori dei tavoli e la “cucitura” dei singoli reports da parte dei gestori, il dibattito conclusivo sarà breve e veloce. Il voto finale (sull’oggetto dell’Assemblea) è la conclusione del processo c.d. “deliberativo”.

DIECI, CENTO, ASSEMBLEE ABRUZZESI TEMATICHE E DELIBERATIVE

di Carlo Di Marco

CARLO

   Il 13 settembre pescarese insieme ad Anna è nel nostro patrimonio culturale e politico, ora dovremmo metterlo a frutto per costruire.

  Dibattiti politici su tutto, rapporti con i partiti e qualche accenno polemico vanno sempre bene perché aiutano a crescere, ma ora è il momento di edificare. E scrivo poche righe solo per dire come vedo io questo percorso di costruzione, ripartendo da cose già anticipate da me e altri compagni in questo blog.

   Costruire un programma nazionale e locale dalla base vuol dire almeno due cose:

  1. dare la parola ai cittadini (questa volta sul serio non come si scriveva nei programmi elettorali di appena ieri);
  2. facilitare il ruolo attivo e deliberativo dei cittadini.

   Per dare la parola ai cittadini bisognerebbe promuovere decine e decine di assemblee tematiche (su temi specifici come ambiente, lavoro, scuola e Università, democrazia e partecipazione, incendi boschivi, casa, politiche giovanili ecc…). Basterebbe scegliere nei territori uno o più temi su cui siamo persuasi che le persone abbiano qualcosa da dire. Anche di livello locale poiché dovremmo approntare programmi politici anche per i territori locali. Non occorre un numero minimo di persone perché la democrazia comincia da due, ma ci dovremmo orientare su temi che aggregano discreti numeri. Tali assemblee andrebbero convocate con la nostra firma aggregante ed inclusiva: Alleanza Popolare per la Democrazia e l’Eguaglianza – Abruzzo (oppure Teramo, Chieti, Giulianova, Penne ecc.). Sarebbe certamente utile, laddove possibile, convocare le assemblee insieme ad associazioni culturali e ambientaliste, realtà civiche come comitati di quartiere che si occupano di aggregare i cittadini già da tempo (ma, chiusi nei nostri partiti, forse non ce ne siamo ancora accorti).

    Per facilitare il ruolo attivo e deliberativo dei cittadini basterebbe applicare le linee guida che già abbiamo adottate (le pubblichiamo di nuovo a parte). Rileggendole scopriremo che:

  1. le assemblee non sono comizi, bensì procedimenti deliberativi in cui protagonisti sono i cittadini: parlano a turno, sono “moderati” da un coordinatore che non è “il capo” (a differenza di altri, non siamo alla ricerca di capi), ma si limita a facilitare il dibattito e a chiuderlo dichiarandone la deliberazione. Le Assemblee non devono per forza chiudersi in due ore. Possono anche sospendersi e riprendere il giorno successivo. L’essenziale è che tutti siano messi nelle oggettive condizioni di prendere la parola per esprimere la propria opinione.
  2. l’Assemblea è un patrimonio utilizzabile e da valorizzare. È tutto scritto in un report (ci vuole uno che lo scriva e deve esserci sempre come in Parlamento o in Consiglio comunale ecc..) dal quale si legge il metodo democratico utilizzato e le determinazioni assunte. Le adunanze del Consiglio comunale, provinciale, regionale e così via sono sempre verbalizzate, perché quelle dei cittadini invece mai? Qualcosa significherà…

   Ogni report dovrebbe essere valorizzato e messo a disposizione di tutti. Il coordinamento (volontario e informale) regionale di questa Alleanza serve anche a questo: tutti i reports con foto, allegati e quant’altro, saranno pubblicati sul blog (che perfezioneremo) e inviati a Falcone e Montanari per l’elaborazione del programma che, come si vede, solo così viene dalla base.

   Ho espresso le mie opinioni e per il momento non credo di dover aggiungere altro se non l’augurio di buona democrazia.

La fiducia dei Cittadini nella politica si costruisce con i programmi

di Gennaro Montella

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L’Alleanza Brancaccio ha evidenziato, a mio parere, è essenzialmente questo:

1) L’inadeguatezza dei partiti che si definiscono di sinistra, a trasformare in azione politica le aspettative dei Cittadini riguardo ai problemi generali e specifici dello Stato.
2) Riportare al voto i Cittadini che, in dipendenza di quanto sopra, non votano più. Essi rappresentano, secondo gli ultimi sondaggi, una percentuale, secondo “SWG” tra il 30% e il 40%.
Le motivazioni sono: non riconoscersi in nessun partito, rabbia per i politici, il voto tanto non serve a nulla, totale disinteresse per la politica.
Ovviamente gli astenuti  non votano tutti a sinistra.
Le prossime elezioni politiche probabilmente si terranno tra la primavera e l’inizio dell’estate 2018.
In questo periodo di max 9 mesi l’Alleanza Brancaccio dovrebbe:
a) stilare un programma politico.
b) diffonderlo adeguatamente  e capillarmente.
c) nominare gli eventuali candidati (di fatto senza conoscerli, con il rischio 5 stelle di nominare i seguaci delle scie chimiche).
Ribadisco ciò che ho detto nel mio intervento al museo Colonna: ritengo che siano i partiti a beneficiare del Brancaccio e non viceversa;  e la convinzione dell’amico Licheri che ciò che è  stato detto al Brancaccio si possa realizzare da qui alle prossime elezioni (in risposta al mio post di stamattina), mi convince del mio asserto.
La fiducia dei Cittadini nella politica di costruisce con i programmi, i metodi di  diffusione capillare dei programmi, le discussioni per far comprendere la solidità e la possibilità di realizzazione degli stessi.
Cominciamo allora?

Contro il capitalismo ma obbedienti ai grandi capitalisti

di Tommaso Palermo

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   Tra le questioni sollevate nell’assemblea cittadina del 13 settembre a Pescara c’è stata anche quella della comunicazione. Dobbiamo imparare a comunicare in modo efficace, s’è detto, per farlo possono essere utili anche i social-network, però attenzione, forse gli strumenti non sono tutti uguali.

   Il blog su cui mi state leggendo è collocato su WordPress, un servizio privato ma aperto, chiunque può leggere senza obbligo di registrarsi, senza schedatura, la stessa cosa si può fare coi servizi di Google, (blogspot o YouTube) normalmente visibili a tutti. La piattaforma è privata, ma la visibilità è pubblica. Facebook è  diverso, è un labirinto chiuso. La sua visibilità è variabile, talvolta imprevedibile, i suoi meccanismi di censura sono oscuri. Quasi tutti i contenuti sono riservati ai soli utenti iscritti. Maria Teresa Antonarelli, ha postato su Facebook il video dell’assemblea di Pescara e dobbiamo ringraziarla, ci ha fornito un servizio e spero che il video abbia la più ampia diffusione,  però io non posso vedere quel video perché non sono un cliente di Facebook. Chi rifiuta di sottoporsi alla schedatura del signor Zuckemberg non vedrà niente, perché il padrone non vuole. Chi pubblica cose che non piacciono al padrone viene oscurato. Com’è buono lei, direbbe Fantozzi.

   Non sto dicendo che dobbiamo rinunciare a Facebook solo perché c’è un padrone poco simpatico, so bene che in quel lager virtuale c’è tanta gente a cui sarà necessario poter parlare, però non facciamone il nostro canale privilegiato. I nostri video mettiamoli anche su YouTube o su Vimeo  e cerchiamo di portare anche gli altri a discutere in uno spazio più libero.

   Per i sistemi di comunicazione interna, riservati ai soli addetti ai lavori, queste indicazioni sono ancora più importanti. Se sarà necessario attivare strumenti con accesso controllato, diamo sempre la preferenza a quelli che non ci costringono a registrarci tutti nel medesimo schedario (Google ce lo consente; Facebook e Whatsapp non ce lo consentono). Tra visibilità pubblica e visibilità privata io vedo una certa differenza. So che alcuni compagni la ritengono una differenza trascurabile. Qualcuno mi ha detto che su internet è tutto privato, questa è la minestra, quindi inutile protestare. Beh, non mi sembra un buon punto di partenza per un movimento che si dice di sinistra. Secondo me la sinistra si contraddice quando si mette al servizio dei grandi capitalisti lasciandosi convincere che non c’è altra possibilità. Al contrario io credo che non è di sinistra chi non dà la preferenza ai sistemi aperti, a quelli che non impongono la schedatura, alle forme di comunicazione libera (creative commons e copyleft), ai software open-source, ecc.

   Troverò molte resistenze, lo so, perché la minestra già pronta è molto comoda e i mercanti sono molto bravi a somministrarci le loro belle minestre saporite, ce le presentano come se fossero gratuite, ma certo, basta fare l’account e farsi docilmente ingabbiare dentro le profilazioni, i tracciamenti, le pubblicità mirate, le bacheche accattivanti dove i messaggi vengono gestiti  da algoritmi segreti che magari ci lasciano anche credere che tutto quello che ciascuno scrive su Facebook lo vedranno tutti gli “amici”. Su un sito specializzato ho letto che i messaggi inseriti in una pagina FB vengono visualizzati mediamente dal 6% degli iscritti a quella pagina. No, Facebook non è Wikileaks, non sono uguali e non perseguono lo stesso obiettivo.

   Se questo tema potrà trovare qualche consenso mi azzarderò a fare anche un’altra proposta per la nascente Alleanza Popolare: promuovere e valorizzare i “beni comuni” anche in internet.

   Per beni comuni intento “le strade”. Nella rete ci possono stare tutti i siti privati che si voglia, tutti i commerci e tutti i servizi (aperti o chiusi) che si voglia, ma la rete deve restare liberamente accessibile a tutti (Rodotà ne aveva fatto un principio che voleva inserire nell’art.21 della Costituzione) e sulla rete devono esserci “strade” pubbliche senza pedaggio e senza schedatura.

   Può sembrare un’utopia visto che ormai abbiamo privatizzato le Poste, le Ferrovie, le Autostrade, le linee telefoniche, ecc. Il pubblico sta scomparendo anche dal mondo reale, compreso l’acqua e le spiagge. Ma io vorrei poter sognare un servizio di poste pubbliche che  diventa anche internet provider e offre a tutti una casella mail gratuita o una pec gratuita o una connessione minima gratuita con cui anche il più povero dei disoccupati possa inviare o ricevere una e-mail, possa guardare un sito o leggere un blog. Mi piacerebbe anche sostenere l’idea di Milena Gabanelli che vuole un portale di informazione RAI. E un social network pubblico credete che sia davvero impossibile? Sto sognando troppo? Vogliamo buttare a mare le proposte di Rodotà e della Gabanelli e le sfide di Julian Assange per restare tutti chiusi dentro le rassicuranti paginette azzurre di Zuckemberg o siamo davvero di sinistra?

   Una volta a sinistra c’erano i comunisti che volevano eliminare tutti i capitalisti o espropriarli dei loro averi. No, non sono un vetero-comunista e non chiedo niente del genere. Libertà per i capitalisti, ma prendiamoci anche noi la nostra libertà, non mettiamoci tutti al seguito del più grosso e prepotente. Facebook non è neanche una multinazionale perché non ha alcuna sede in Italia, evade le tasse ed evade anche le responsabilità.

   Scrivo queste note con grande amarezza perché non ci sono soltanto gli amici abruzzesi che ritengono insostituibili le paginette azzurre, ma anche Laura Boldrini (era di sinistra o sbaglio?) che qualche mese fa lamentava gli attacchi  personali subiti attraverso quel social-network americano, lo stesso che censurava le foto di madri che allattano i figli e non ha mai censurato le istigazioni all’odio e alla violenza da parte dei gruppi nazi-fascisti, ora è proprio la Boldrini che  si rivolge a Facebook insieme a Google e Rai (quelli che stanno cacciando la Gabanelli) e perfino a Confindustria (quelli della truffa Sole24Ore) per portare l’educazione civica digitale nelle scuole. Li vogliamo mettere perfino in cattedra nelle scuole statali pagate da noi!

http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/04/03/facebook-boldrini-basta-con-fascismo-e-odio-sui-social-zuckerberg-dica-da-che-parte-sta/3494791/

 http://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2017/09/14/boldrini-bene-via-a-educazione-digitale_f1eb72c2-81aa-4158-990c-f97126f1deaf.html

UNA LETTERA DAL FRIULI. UN CONTRIBUTO DEGNO DI ESSERE VALORIZZATO

di Carlo Di Marco

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Ho ricevuto una lettera di Giuseppe Del Zotto di Udine, che reputo molto importante per il percorso che stiamo facendo poiché ci aiuta a chiarire molti dubbi e perplessità che spesso ci attanagliano nel nostro percorso. Riporto di seguito la lettera di Giuseppe e la mia risposta. Invito tutti ad esprimersi e intervenire.

gent.mo compagno,

faccio parte del Comitato Brancaccio Friuli V,G. e mi permetto di disturbarti per chiederti qualcosa. Intanto premetto che quel Comitato ancora non esiste anche se c’è una quarantina di persone che hanno cominciato a incontrarsi.  Io non sono per i formalismi ma credo che qualsiasi organismo debba avere una sua struttura e sue regole democratiche di funzionamento. Nelle riunioni cui ho partecipato tutti invece si sono  gettati sui singoli temi , di livello locale ma anche nazionale, ai quali cercare di dare immediata risposta (dato che le elezioni non sono molto distanti ). Allora ho pensato che forse sbaglio io. Ma l’idea che sta per me sopra di tutto è : perchè un giovane ( o anche no) dovrebbe avvicinarsi ad “Alleanza…” ? forse perchè in Alleanza trova pronta qualche soluzione condivisibile su qualche argomento ?   O forse, come invece ipotizzo io, perchè vede uno spazio in cui non c’è un capo cui obbedire, in cui capisce di contribuire non meno degli altri a tracciare l’indirizzo e la soluzione, in cui anche lui sarà ad inventare  il rapporto tra rappresentanza,delega e  cosiddetta democrazia diretta(sempre sotto controllo della base)  ,progettare   uno spazio che è tutto da fare,non sull’imitazione dei brutti esempi dei partiti esistenti ? ; insomma perchè sente di essere un  fondatore protagonista.  Peraltro anche nell’ Appello del Brancaccio non ho visto molte preoccupazioni riguardo a questi argomenti a cui è preferito il ricorso alle tematiche locali, il rapporto che le liste civiche…..   Per piu’ mie esperienze di fondazione di partiti ( Possibile, Casa Irochesi) ho visto che se cominci così, le questioni generali di struttura, regole, formapartito, identità ,proselitismo ,organizzazione ,  non le affronterai piu’ ; e non sono questioni oziose : il declino del PD (che conosco perchè vi  ho passato un sufficiente periodo) lo sta a dimostrare ( emblema la fusione fredda ). Quindi, perchè uno di quelli che non votano piu’  dovrebbe avvicinarsi ad Alleanza dato che ci sono molti gruppi e gruppetti che tentano di dare risposte (senza avere il potere) alle solite problematiche comuni a tutti ?  Vedo che voi siete invece piu’ avanti di noi, soprattutto perchè elaborate e pubblicate (sul sito)  questioni non spicciole ma di carattere generale . Quindi mi piacerebbe conoscere il tuo pensiero sulle questioni suaccennate. Ti ringrazio. Fraterni  saluti,

Giuseppe Del Zotto , Udine”

La mia risposta

Carissimo Giuseppe,

   ho deciso di mettere a frutto la tua lettera perché la ritengo un importante contributo di riflessione per tutti in questa fase così nuova e particolare di costruzione iniziato al Brancaccio qualche mese fa.

   Siamo tutti talmente abituati ad aspettare “la linea” dalle segreterie nazionali delle “cose” che volta per volta ci siamo trovati a costruire che adesso, dato che non c’è nessun “capo” che detta la linea, ci troviamo tutti un po’ spiazzati.

   In realtà, invece, vi sono punti di riferimento fortissimi e innovativi; segnali di grande discontinuità con il passato che le nostre assemblee sono sempre molto partecipate. Abbiamo creato una forte aspettativa che ora dobbiamo saper vivere. Vediamo! Dal Brancaccio sono usciti degli orientamenti molto forti:

  1. Puntare al recupero della fiducia dei cittadini sfiduciati (che fra l’altro non votano più), innanzi tutto in sé stessi, e indurli alla riappropriazione della politica nelle loro mani (questa è l’unica premessa del ritorno al voto). Non ci interessa il solo spostamento dei voti validi rimasti;
  2. Attuazione e difesa della Costituzione e del costituzionalismo, poiché dai cittadini (tornati massicciamente a votare il 4 dicembre) è venuta questa direttiva (la “linea” c’è, con tutta evidenza);
  3. Costruzione dalla base di: programma politico nazionale; programmi locali e regionali; struttura organizzativa e quant’altro occorra, attraverso migliaia di assemblee cittadine, piccole grandi, medie ecc.. senza aspettare che vengano i “capi da Roma” (che non ci sono);
  4. In tutto questo movimento assembleare e di base, attuazione del metodo democratico di cui all’art. 49 della Costituzione, perché tutti i cittadini devono avere la priorità, devono parlare per primi, devono essere protagonisti. Tali incontri di base, mai devono trasformarsi in comizi decrepiti di “capi” improbabili come purtroppo è sempre avvenuto anche nei momenti più belli del movimento operaio e popolare. In Abruzzo ci siamo dati sin da subito delle linee guida per l’attuazione del metodo democratico che ti giro. Ma anche questa non è “la linea”, è solo un orientamento che le assemblee potrebbero anche decidere di non seguire. Tuttavia, non è una cosa che si fa sulla luna, bensì in centinaia e centinaia di esperienze di democrazia partecipativa e deliberativa negli ultimi vent’anni, quando i cittadini decidono di essere protagonisti a prescindere dai partiti.
  5. Non sappiamo se ci sarà una lista nazionale del movimento del Brancaccio. Questa è una decisione che prenderemo insieme in un grande momento di sintesi che si terrà in ottobre (o giù di lì), nel quale si raccoglieranno tutte le indicazioni programmatiche e organizzative provenienti dalla base;
  6. Non ci interessano i giochi verticistici classici e decrepiti dei partiti che si alleano, si separano, si rialleano a seconda delle loro valutazioni senza nemmeno consultare la base dei loro iscritti. A questo movimento si aderisce personalmente a prescindere dalle tessere che abbiamo in tasca se ne abbiamo. Noi andiamo avanti sulla direzione del Brancaccio e non saremo la sponda di nessun partito, tanto meno del PD né direttamente, né indirettamente. Chi nel Brancaccio aderisce a un partito, prima o poi, dovrà fare i conti con probabili contraddizioni, eventuali riserve e possibili legami diventati scomodi. L’epilogo potrebbe anche essere che questi partiti si rinnovino e la smettano con i verticismi (sarebbe davvero auspicabile). Facciano pure con tutta calma. Noi siamo qui, inclusivi e partecipativi.

   Capisco, caro Giuseppe, che si tratta di un percorso completamente nuovo nel quale finalmente accade il miracolo costituzionale del capovolgimento della piramide del potere. E i semplici cittadini finalmente sono messi nelle condizioni di poter “contare”. Questi sono segnali di grande discontinuità che riempiono le nostre assemblee. E costituisce un percorso che per fortuna sorprende anche noi. Giorno dopo giorno. E ci guadiamo negli occhi stupiti. Ma andiamo avanti. Siamo qui e, se possiamo, collaboreremo nella costruzione friulana. Poi per me (nota personalissima) il Friuli è nel cuore per mille motivi. Recentemente sono tornato per illustrare le ragioni del NO a Cividale chiudendo la vostra campagna e tornerei in qualsiasi momento.

Un caro saluto,

Carlo Di Marco