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L’Appello di Anna Falcone e Tomaso Montanari

Questo è l’estratto dell’articolo.

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Siamo di fronte ad una decisione urgente», sottolineano Anna Falcone e Tomaso Montanari lanciando oggi un appello per l’unità della Sinistra. «Che non è decidere quale combinazione di sigle potrà sostenere il prossimo governo fotocopia, ma come far sì che nel prossimo Parlamento sia rappresentata la parte più fragile di questo Paese e quanti, giovani e meno giovani, in seguito alla crisi, sono scivolati nella fascia del bisogno, della precarietà, della mancanza di futuro e di prospettive. La parte di tutti coloro che da anni non votano perché non credono che la politica possa avere risposte per la loro vita quotidiana: coloro che non sono garantiti perché senza lavoro, o con lavoro precario; coloro che non arrivano alla fine del mese, per stipendi insufficienti o pensioni da fame».
Al centro del documento della giurista e dello storico dell’arte dell’Università Federico II di Napoli c’è la grande questione della diseguaglianza.
«Pensiamo che il primo passo di una vera lotta alla diseguaglianza sia portare al voto tutti coloro che vogliono rovesciare questa condizione e riconquistare diritti e dignità».
Da qui la proposta politica: «È necessario aprire uno spazio politico nuovo, in cui il voto delle persone torni a contare. Soprattutto ora che sta per essere approvata l’ennesima legge elettorale che riporterà in Parlamento una pletora di “nominati”. Soprattutto in un quadro politico in cui i tre poli attuali: la Destra e il Partito Democratico, purtroppo indistinguibili nelle politiche e nell’ispirazione neoliberista, e il Movimento 5 Stelle o demoliscono o almeno non mostrano alcun interesse per l’uguaglianza e la giustizia sociale».
Ci vuole, dunque, scrivono i due firmatari dell’appello «una Sinistra unita, in un progetto condiviso e in una sola lista. Una grande lista di cittadinanza e di sinistra, aperta a tutti: partiti, movimenti, associazioni, comitati, società civile. Un progetto capace di dare una risposta al popolo che il 4 dicembre scorso è andato in massa a votare “No” al referendum costituzionale, perché in quella Costituzione si riconosce e da lì vorrebbe ripartire per attuarla e non limitarsi più a difenderla». La rincorsa al centro e la via maggioritaria, si legge ancora nel documento, hanno fatto sì che «una classe politica che si diceva di sinistra è andata al governo per realizzare politiche di destra». Urge un nuovo corso con «un progetto politico che aspiri a dare rappresentanza agli italiani e soluzioni innovative alla crisi in atto, un percorso unitario aperto a tutti e non controllato da nessuno, che non tradisca lo spirito del 4 dicembre, ma ne sia, anzi, la continuazione. Un progetto che parta dai programmi, non dalle leadership e metta al centro il diritto al lavoro, il diritto a una remunerazione equa o a un reddito di dignità, il diritto alla salute, alla casa, all’istruzione. Un progetto che costruisca il futuro sull’economia della conoscenza e su un modello di economia sostenibile, non sul profitto, non sull’egemonia dei mercati sui diritti e sulla vita delle persone. Un progetto che dia priorità all’ambiente, al patrimonio culturale, a scuola, università e ricerca: non alla finanza; che affronti i problemi di bilancio contrastando evasione ed elusione fiscale, e promuovendo equità e progressività fiscale: non austerità e politiche recessive».
Con una precisazione di metodo: «un simile progetto, e una lista unitaria, non si costruiscono dall’alto, ma dal basso. Con un processo di partecipazione aperto, che parta dalle liste civiche già presenti su tutto il territorio nazionale, e che si apra ai cittadini, per decidere insieme, con metodo democratico, programmi e candidati». Quanto al programma è già nei principi fondamentali della Costituzione, affermano Montanari e Falcone che sono stati protagonisti di una fortissima campagna per il no alla riforma costituzionale Renzi-Boschi. In primo piano è l’articolo 3 della Carta: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale, e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».
«È su questa piattaforma politica, civica e di sinistra – concludono Montanari e Falcone – che vogliamo costruire una nuova rappresentanza. È con questo programma che vogliamo chiamare le italiane e gli italiani a votare… lo facciamo a titolo personale, e senza coinvolgere nessuna delle associazioni o dei comitati di cui facciamo parte – la responsabilità di fare questa proposta. L’unica adeguata a questo momento cruciale. Perché una sinistra di popolo non può che rinascere dal popolo. Invitiamo a riunirsi a Roma il prossimo 18 giugno tutti coloro che si riconoscono in questi valori, e vogliono avviare insieme questo processo».

Dal Brancaccio al teatro degli orrori. Regìa?….

di Carlo Di Marco

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   Le motivazioni date da Anna Falcone per la sua candidatura nelle liste di Liberi e Uguali non mi hanno convinto. E non trovo nella sua scelta alcuna continuità con il movimento politico nato al Brancaccio lo scorso giugno 2017. Anzi! In realtà mi aspettavo una ri-convocazione per Gennaio dell’assemblea del 18 novembre inopinatamente annullata (Montanari e Falcone l’avevano promessa dopo l’annullamento scarsamente motivato) ma al suo posto è arrivata la candidatura di Anna con Liberi e Uguali.

   Per carità! Ognuno è libero di fare quello che vuole e certo la mia critica non è rivolto alla persona di Anna che stimo e rispetto, ma questa candidatura la vedo come una rinuncia definitiva al movimento del Brancaccio o quanto meno al suo spirito: creare un grande fronte di sinistra per la difesa e l’attuazione della Costituzione e per riportare alla politica attiva milioni di cittadini che non votano più; fare questo con l’attuazione del metodo democratico ex art. 49 Cost., secondo modalità e forme della democrazia partecipativa. Tutto questo, anche nella prospettiva della nascita di un soggetto politico nuovo della sinistra autentica. Ma la domanda è quasi spontanea: perché questo non si poteva fare con il Brancaccio?

   In realtà, proprio in quei giorni, si apriva il tavolo “Grasso”. Naturalmente dall’alto e per opera dei vertici dei “nuovi” partiti alcuni dei quali aderenti al Brancaccio, in palese e urticante contrasto con i principi che ci stavano (e ci stanno) a cuore. Si riproponeva il dejà vu di ingroiana memoria che mandò per aria l’esperienza di Cambiare si può nel 2013. Attraendo anche i partiti “nuovi” sopra citati. Con una differenza, però: questa volta Rifondazione Comunista non si sedeva al tavolo della spartizione dei posti. Non è una differenza da poco: almeno uno di quei partiti, insomma, conservava la volontà di rimettersi in discussione anche nella propria vita interna. Perché (i promotori del Brancaccio non possono non saperlo) il metodo democratico che rispunta oggi così decisamente nel dibattito per la costruzione di esperienze politiche nuove, impone ai partiti che decidono di aderirvi un ripensamento interno travolgente. A me pare che la risposta alla domanda sopra formulata l’abbiano data Falcone e Montanari con il loro esempio: non si poteva fare con il Brancaccio perché questo movimento non aveva mai escluso la possibilità della formazione di una lista di sinistra alternativa al PD e alle forze responsabili delle scelte più antidemocratiche degli ultimo 20 anni (dal jobs act allo stravolgimento dell’art. 81 Cost, alla “buona scuola” e ai sostenitori del SI al glorioso referendum costituzionale del 4 dicembre). Quindi anche alternativa a varie forze e soggettività confluite in LeU. Il Brancaccio non aveva mai detto “o un’unica lista o niente” perché ci accoderemmo al “meno peggio”! Questo forse era nella mente di qualcuno, ma non di quel movimento così ampio. Bisognava discutere e decidere il 18 novembre al Brancaccio 2, ma l’Assemblea veniva annullata dagli stessi promotori. L’ho già detto e lo ripeto: non eravamo pronti? Mancavano facilitatori, reporter e coordinatori per cui non si potevano costituire i tavoli di lavoro? Si poteva rinviare. Al telefono mi è stato risposto: “no era già tutto pronto”. Peggio ancora!!

   Si trattava, in realtà, di una rinuncia al dibattito interno a un movimento che presentava forti caratteri di maturità e di discontinuità. La giustificazione è stata piuttosto inascoltabile: “Rifondazione Comunista vuole impossessarsi del Brancaccio. Sono violenti e vogliono imporre una seconda lista manovrata da loro”. Strano: proprio l’unico partito aderente al Brancaccio che, insieme ad altri, non si è seduto al tavolo “Grasso” vuole monopolizzare tutto. In altre parole, dovremmo aver paura di confrontarci con l’unico partito che ha preferito non sedersi al tavolo della marmellata. Al punto di annullare tutto il Brancaccio per non correre questo rischio. Quanta fatica, ma di cosa stiamo parlando?

   Le cose, poi, sono andate diversamente. La nascita del movimento di Potere al Popolo ha dato vita a una grande quantità e qualità di assemblee di base in tutto il territorio nazionale. Si è partiti dalla mancata assemblea del 18 novembre, ma quella autoconvocata da una bellissima presenza di giovani impegnati fortemente nel sociale e nelle lotte di progresso ha ripreso lo spirito del Brancaccio, lo ha ampliato e rilanciato. Nasce una lista nuova nazionale (che forse non andrà oltre il minimo stabilito dalla legge, non lo sappiamo…), ma questa soluzione il Brancaccio non la escludeva, questo è il punto e la chiave di volta della vexata quaestio. Reale era il rischio che il 18 novembre potesse imporsi. Lo si è voluta evitare annullando il Brancaccio proprio da parte di chi l’aveva promosso. Ecco perché lo spirito del Brancaccio non poteva essere realizzato dal Brancaccio.

   Torniamo per un attimo alle motivazioni della scelta: portare “nel dibattito politico la battaglia per la difesa e l’attuazione della Costituzione”; “chiunque voglia davvero cambiare lo stato delle cose […] non può che fare ogni sforzo per unire tutte le voci e le energie seriamente impegnate su questi obiettivi”; Grasso può “portare in Parlamento persone che possano e vogliano costruire una Sinistra libera, autorevole e seriamente impegnata su un nuovo progetto”. Con tutto il rispetto per le persone, ma…Grasso? Colui che in questi giorni sta dando prova del più becero verticismo, del più che sperimentato leaderismo di sempre? Quello che in altri tempi si è reso complice delle scelte più antidemocratiche del Senato dei nominati degli ultimi anni? Naturalmente non riprendo le denunce pubbliche sulla persona e il suo operato fatte da Travaglio solo perché sarebbe un’inutile ripetizione, ma poi, battaglia per la difesa della Costituzione insieme alla Falcone in compagnia di chi? Dei candidati attuali di LeU? Vogliamo contare quanti votarono a favore del pareggio di bilancio in Costituzione? Oppure sono stati artefici e affiancatori del Jobs Act, della Buona scuola, del sabotaggio dei referendum sull’acqua, No Triv ..e ..ops..forse potrei andare avanti, come si dice in musica, ad libitum, ma credo di essermi spiegato e mi fermo qui. In realtà, Anna e Tommaso hanno fatto come l’apprendista stregone. E l’apertura del tavolo ghiotto, dall’alto e con i vecchi metodi della politica politicante ha creato (cito Anna) “due liste: una di Mdp, Possibile, SI; l’altra di Rifondazione Comunista e altri soggetti. Nessuna di queste due proposte corrisponde a quella idea di unità, credibilità, partecipazione, innovazione, radicalità lanciata nel nostro appello del 18 giugno […]. Non richiamano, neanche lontanamente, il metodo e lo spirito del Brancaccio”. Eppure oggi troviamo Anna candidata nella prima delle due liste. Pur di non discutere dentro al movimento del Brancaccio e anche con Rifondazione Comunista, si è scelto di entrare nella tana del lupo.

   Ultima riflessione credo necessaria. Al di là delle scelte personali, sopra dicevo tutte legittime, c’è qualcuno abilitato a parlare e dichiarare alcunché a nome e per conto del Brancaccio? Si apre una campagna elettorale molto dura e difficile e se qualcuno lo facesse si auto-appiccicherebbe la paternità di un intero movimento. Non credo che ricorra il caso, ma in questa campagna elettorale chi può dire “io sono il Brancaccio”? Anna? Tommaso? O in Abruzzo io o il mio amico Daniele? Nessuno! Non si è mai votato nulla e nessuno. Non credo accada, ma l’eventualità di Captatio benevolentiae avente queste squallide forme purtroppo esiste.

 

SUL NUOVO APPELLO DI ANNA E TOMMASO, AFFINCHÉ LA CHIAREZZA CI ACCOMPAGNI SEMPRE

di Carlo Di Marco

CARLO

   Ho letto il nuovo appello di Anna e Tommaso e ne apprezzo le conclusioni nelle quali si propone una nuova assemblea a gennaio prossimo per “recuperare l’occasione dell’assemblea che siamo stati costretti ad annullare [e…] riprendere insieme il percorso: decidendo quale forma, quale mèta, quale passo vorremo e potremo tenere insieme”. Si auspica l’apertura di “un percorso di confronto ampio e partecipato sui risultati del lavoro di sintesi fatto sulle proposte programmatiche emerse dalle 100 piazze e sulle scelte che dovremo compiere per organizzare al meglio il nostro lavoro futuro” e si dà appuntamento a gennaio per un incontro in cui, essi dicono, “presenteremo a Roma i risultati di questo percorso, discutendolo con quanti di voi vorranno partecipare”. In un certo senso questa prospettiva (piuttosto ravvicinata) riapre il discorso che sembrava chiuso con la rinuncia allo svolgimento dell’Assemblea del 18 novembre scorso, ma l’articolazione del documento di cui questa è la conclusione induce ad alcune riflessioni che mi sembrano necessarie.

   La prima. Cosa intendiamo per “spirito del Brancaccio”? in mancanza di documenti ufficiali, organismi eletti e di una struttura organica (avevamo fatto una sola assemblea nazionale il 18 giugno da cui non poteva che uscire, appunto, uno “spirito”, non già “la linea”), non posso che riferirmi a quello che ho visto e sentito il 18 giugno al Brancaccio. E cioè (senza pretesa di completezza) quanto segue:

  1. Un programma da costruire in 100, 1000 assemblee di base partendo dai 10 punti come canovaccio;
  2. Metodo democratico. Cioè assemblee inclusive, partecipative e deliberative secondo le tecniche e le modalità della democrazia partecipativa, cui rimettere tutte le decisioni;
  3. Verifica sul campo delle possibilità di una lista unica della sinistra anticapitalistica, antiliberista, costituzionalista, espressione di una sinistra che ancora non c’è, per ridare ai cittadini la fiducia nella rappresentanza e nella cittadinanza attiva. Che parli, finalmente, al 50% dei cittadini che non votano più;
  4. Apertura immediata delle assemblee nei territori e ritorno a Roma, entro qualche tempo, per assumere ogni decisione insieme secondo il metodo del precedente punto 2.

   Se non ho capito male, questo è lo “spirito del Brancaccio” che Montanari nella sua grande e simpatica fantasia ha definito “autobus”. Io l’avevo definita “banco di prova” perché su quei 4 punti sopra esposti (certo non esaustivi, ma centrali) si sarebbero dovuti mettere alla prova i partiti che avevano dichiarato di aderire. È fatto di dibattiti democratici, inclusivi, partecipativi e deliberativi per decidere non quello che altri hanno già deciso, ma per decidere tutto. Anche per verificare le condizioni oggettive di una lista unica di sinistra, in mancanza delle quali non c’è il harakiri perché le soluzioni restano tutte aperte. Un banco di prova senza sconti: o i partiti si rinnovano dal profondo del loro essere, oppure dal quel banco scendono alla prima occasione.

   Seconda riflessione. L’accordo del 7 novembre scorso (che nonostante tutto ho anche difeso), in mancanza della nostra assemblea del 18 novembre nella quale avremmo dovuto decidere tutto, doveva restare semplicemente un pourparler fra persone di nostra fiducia e altri soggetti (istituzionali e partitici), ma, pur essendo uscito inopinatamente sulla stampa come un vero e proprio accordo di vertice, doveva essere subito sottoposto alla nostra assemblea del 18 novembre che, invece, viene altrettanto inopinatamente annullata. Non rinviata, bensì annullata dando a tutti l’impressione che l’autobus (resto nella metafora di Tommaso) sia stato un’illusione, sia sparito, evaporato, espugnato. Non mi dilungo su questo aspetto perché su di esso mi sono già espresso (https://alleanzapopolareperlademocraziaeluguaglianzaabruzzo.wordpress.com/2017/11/19/ripartire-si-deve-ma-con-maggiore-chiarezza/), dico semplicemente che questo atto, dopo aver seminato molto sconforto, ha anche impedito la grande occasione di prendere qualsiasi decisione. Anche quella di fare o non fare un’altra lista rispetto a quella dei partiti “discesi”. Si perché MDP, SI e Possibile, dall’autobus (o banco di prova) sono scesi alla prima occasione.

   Altra riflessione. Come si può pensare di poter “parlare” ai vertici dei partiti “discesi”? Anna e Tommaso formulano una proposta duplice ai vertici dei partiti che non sono più dentro questo autobus perché si sono seduti (non tutti, ma lo vedremo fra poco) al tavolo delle trattative per una lista fuori dallo spirito del Brancaccio. Proviamo a rivederla. Essa è esposta in due soluzioni: la prima prevede di arrivare al 3 dicembre con “un percorso di elezione di delegati che non preveda membri di diritto, né liste bloccate proposte dalle presidenze delle assemblee (e composte per quote di partito stabilite a tavolino), ma una libera competizione elettorale tra liste diverse, che rappresentino modi diversi di intendere la Sinistra, mescolando le appartenenze e mettendo al centro i progetti”. Però per fare questo serve tempo e bisogna rinviare il 3 dicembre. La seconda soluzione, che mantiene l’appuntamento del 3 dicembre, prevede la rinuncia alla nomina dei delegati e “un grande evento democratico le cui decisioni finali nessuno possa predeterminare in anticipo….migliaia di persone presenti fisicamente, e altre migliaia sulla rete, che possano votare a suffragio universale su programma, leadership, criteri delle candidature, comitati etici e di garanzia”. Poi si aggiunge (lo riassumo) che i partiti valutino e ci facciano sapere. Ma tutti sanno che nessuno avrebbe risposto! Le forze politiche che sono scese dall’autobus per andare in un’altra direzione lo hanno fatto consapevolmente perché sanno bene dove andare. Tutti, a partire dai “papaveri” della vecchia politica e dai contraddittori paladini che in passato hanno votato in Parlamento le peggiori scelte politiche antipopolari e anticostituzionali degli ultimi 10 anni, sapevano che sarebbero scesi prima o poi da questo autobus. Lo avevano già dimostrato in Sicilia. Qualcuno me ne indichi uno. Solo uno di essi che durante il viaggio sul nostro autobus (ammesso che li abbiamo visti …) abbia in certo modo mostrato “ripensamenti” sul pareggio di bilancio in Costituzione, sul Jobs act; che so, in Abruzzo sulle politiche dalfonsiane cui sono rimasti, invece, fortemente legati. Oppure ripensamenti sulle collaborazioni con il PD negli esecutivi locali da parte di quanti, almeno in facciata, sembravano viaggiatori convinti. Nulla! Nessuna “autocritica”. Come si fa a pensare che da questi vertici si possa avere risposte su due proposte per il rilancio dell’unità di sinistra per una sola lista che punti a recuperare la fiducia dei cittadini?

   Ancora. Non sembra che tutti i partiti che erano sull’autobus siano scesi. “Rifondazione comunista e altri soggetti” (Montanari, Falcone), non sono mai scesi dall’autobus. Anzi, hanno fatto ugualmente l’assemblea annullata, alla quale Anna e Tommaso avrebbero dovuto partecipare per interloquire secondo le modalità della seconda delle proposte fatte alla triade dei partiti “discesi”. Come sarebbe? Vogliamo parlare con questa triade discesa al tavolo delle trattative dei capi e non con chi invece in quell’autobus ci è restato? È un po’ strano, ma al Teatro Italia Anna e Tommaso avrebbero fatto un figurone! Sarebbe stato come dire a centinaia di giovani: cari compagni, vogliamo che questa assemblea del Teatro Italia sia, o almeno si incammini ad essere, “un grande evento democratico le cui decisioni finali nessuno possa predeterminare in anticipo….migliaia di persone presenti fisicamente, e altre migliaia sulla rete, che possano votare a suffragio universale su programma, leadership, criteri delle candidature, comitati etici e di garanzia”. Oppure, cari compagni, nulla di tutto questo: che ne dite di saltare il turno nel frattempo facciamo manutenzione a questo autobus per farlo diventare forte, bello e capiente? O anche, facciamo una lista della sinistra vera. Anti-liberista, costituzionale, per i diritti e contro l’Unione europea del grande capitale finanziario. Non fa niente se prendiamo poco, ma almeno per quel poco avremo recuperato il non voto. O altro…Al Teatro Italia c’erano quasi mille giovani autoconvocati che rappresentano lotte sociali e democratiche (particolarmente nel meridione) con cui bisognava confrontarsi. Si è perduta un’altra occasione, ma non è giusto bollarla o demonizzarla come invece si aleggia nel documento in discussione.

   Queste sono le mie riflessioni sul nuovo documento di Anna e Tommaso, senza astio e con immutata stima. A gennaio vorremmo esserci, ma consapevoli che la triade dei partiti discesi non ci sarà poiché in altro impegnata. Forse ci saranno, invece, insieme agli “altri soggetti”, tutti coloro che da questi partiti stanno uscendo per far ripartire l’autobus della democrazia.

Restare senza più nessuna maschera

di Francesca Carusi

foto Francesca

E’ trascorsa appena una settimana dalla diffusione della notizia dell’annullamento dell’assemblea del 18 novembre, nella quale tutte e tutti avevano riposto fiducia, impegno e risorse.

Una doccia fredda, una grande delusione, un senso di smarrimento e di abbandono per tante cittadine e tanti cittadini che avevano ritrovato uno  spazio ed abbracciato con il cuore una proposta  chiara, schietta ed inclusiva.  La forza del “Brancaccio” che ha innescato un processo che, nonostante le recenti difficoltà, è  ancora di fronte ai nostri occhi, sta tutta nella semplicità e nella chiarezza di quell’appello.

Aderire all’appello del Brancaccio ha avuto significati differenti per ciascuna e ciascuno, ed è proprio in quelle differenze che risiedono le maggiori risorse. Ma il fine a cui tendere e l’anima del percorso iniziato sono gli stessi: restituire dignità e voglia di partecipazione a chi si è arreso, perché la resa e la rassegnazione sono i più potenti nemici da combattere. Le modalità attraverso le quali raggiungere un tale obiettivo mi pare siano ancora in discussione. E mi sembra anche logico e naturale che sia così, perché la semplicità della proposta lanciata non la sottrae certo dal suo essere anche terribilmente ardua.

Un processo di reale cambiamento ha bisogno dei tempi giusti che solo esso nel suo svolgersi può determinare. Un processo di cambiamento sincero non può sottrarsi dal compiere enormi errori, vivere svolte inaspettate e apparenti battute d’arresto dolorose. Ma non per questo si ferma.

Credo ancora fortemente in quell’appello del 18 giugno e soprattutto credo ancora che sia realizzabile. Credo anche, molto banalmente, che è nei momenti di difficoltà che le grandi passioni e la forza di chi le porta avanti trovano un banco di prova.  E le reazioni all’annullamento dell’assemblea del 18 da parte dei tanti attivisti che hanno animato il percorso iniziato da pochi mesi (i numerosi appelli, i messaggi, gli articoli, l’assemblea al Teatro Italia, i comunicati di Anna e Tomaso) hanno già dimostrato che il processo è tutt’altro che concluso.

Per questo rispondo alla domanda di Carlo Di Marco (Chi si trova ancora sul banco di prova del Brancaccio?) dicendo a lui e a tutti coloro che in Abruzzo hanno lavorato già tantissimo che io ci sono ancora e che anzi questo momento difficile ha fatto sentire in me ancora più forte l’urgenza ed il dovere di esserci.

Carlo chiede ancora: Dobbiamo cambiare nome? Non lo so. Fate delle proposte, perché in tal caso dovremo ri-denominare il gruppo w.app e il blog da cui sto scrivendo questo articolo.

Al momento credo non sia necessario, per le stesse ragioni esposte poco prima: se riconosciamo tutte e tutti di essere in difficoltà, la risorsa principale su cui fare affidamento è lo spirito del 18 giugno nato al Brancaccio.

Questa risorsa è potentissima per coloro che la sentono veramente e che possono contare anche su un’altra risorsa fortissima, costituita dalla genuinità del proprio impegno e dalla vocazione disinteressata.

Gli errori commessi, anch’essi preziose risorse, vanno affrontati e discussi insieme in un’assemblea regionale abruzzese che, come ci ha scritto Carlo, è assolutamente necessaria. Soprattutto le dinamiche in atto, le posizioni assunte, i contributi prodotti in questi giorni ed in quelli che verranno, necessitano di una discussione aperta, serena e seria da parte di tutti coloro che finora si sono impegnati ed hanno intenzione di continuare a farlo.

Oltre alla volontà di esserci e continuare, un altro presupposto che mi pare necessario affinché la futura assemblea si realizzi nel solco giusto, è abbandonare qualsiasi forma di tatticismo, qualsiasi forma di timore legato alle prossime elezioni, togliersi sovrastrutture e maschere. Perché è vero che il futuro fa paura e che  il mondo in cui viviamo corre il rischio di peggiorare tragicamente, ma è anche vero che, se ci lasciamo sopraffare dalla irrazionalità e dalla paura, il cambiamento che vogliamo non potrà mai realizzarsi.

Per questo ho voluto rispondere a Carlo e consegnare a tutte e tutti voi una parte dei pensieri che affollano la mia mente in questi giorni e per questo vi chiedo di dare un segnale in merito alla volontà di incontrarci per rispondere insieme con sincerità  alla domanda “Chi si trova ancora sul banco di prova del Brancaccio?” ed in quali forme, con quali idee e con quali convinzioni?

Sarà banale, ma dipende da noi e solo da noi ed è un dovere nei confronti di chi fino a questo momento ha già investito tanto nel nostro territorio ed altrove e che ringrazio davvero di cuore.

 

Angina pectoris di Nazim Hikmet (1948)

Se qui c’è la metà del mio cuore, dottore,

l’altra metà sta in Cina

nella lunga marcia verso il Fiume Giallo.

 

E poi ogni mattina, dottore,

ogni mattina all’alba

il mio cuore lo fucilano in Grecia.

E poi, quando i prigionieri cadono nel sonno

quando gli ultimi passi si allontanano

dall’infermeria

il mio cuore se ne va, dottore,

se ne va in una vecchia casa di legno, a Istanbul.

 

E poi sono dieci anni, dottore,

che non ho niente in mano da offrire al mio popolo

niente altro che una mela

una mela rossa, il mio cuore.

 

È per tutto questo, dottore,

e non per l’arteriosclérosi, per la nicotina, per la prigione,

che ho quest’angina pectoris…

 

Guardo la notte attraverso le sbarre

e malgrado tutti questi muri che mi pesano sul petto

il mio cuore batte con la stella più lontana.

 

Qualche spunto programmatico, che in questa fase non guasta…

di Matteo Ginaldi

Matteo

Molto si parla di Riforme e di strumenti per rendere il mercato più giusto ed equo. I Problemi che gli Stati, e quindi le comunità, sono costretti a subire sono tanti: la delocalizzazione, il fatto che le multinazionali possano produrre e pagare le tasse dove vogliono senza che nessuno possa far niente, i disastri ambientali, le speculazioni finanziarie, la qualità dei prodotti sempre più bassa, la distruzione dei diritti, la svendita del patrimonio pubblico e lo smantellamento dei servizi pubblici sanitari e dell’istruzione, etc.. Tutti questi ed altri problemi non sono dissociati come qualcuno vorrebbe farci credere, bensì uniti da un unico comune denominatore, la competizione basata solo ed esclusivamente su costi/profitti, per cui lo Stato è praticamente disarmato nel poterla gestire (principio costitutivo del neoliberismo economico). Ormai è largamente accettata l’idea che la competizione sia funzionale al progresso. Io contesto totalmente questa definizione ma, in questo articolo, vorrei proporre un semplice modello che, accettando il dogma della competizione, ribalti la sua unica legge attuale, proponendone una alternativa che finalmente risolva molti dei problemi che sono alla base delle attuali ingiustizie. La competizione su Diritti/Ambiente/Qualità-utilità dei prodotti. Detta cosi mi rendo conto che possa sembrare il classico slogan fine a se stesso. Certamente la ricetta che oggi ci ripropongono le destre nazionaliste è ancor più irrealizzabile dato che imporre tasse protezionistiche, implicherebbe che le entrate di tali tasse sarebbero inferiori alle multe che gli verrebbero imposte dalle varie istituzioni internazionali, Wto in testa.

Vorrei dettagliare alcune modalità con cui la mia proposta potrebbe applicarsi sia alla cosiddetta “economia reale” (quella produttiva per intenderci), sia all’economia finanziaria.

Innanzitutto vorrei premettere che alla base di tutto c’è il prodotto (materiale od immateriale che sia) e non l’azienda/istituto che lo produce o lo commercializza.

Per quanto riguarda le merci, ogni prodotto ha delle caratteristiche proprie che riguardano sia la componentistica (i materiali utilizzati), sia il processo produttivo (una merce identica o succedanea può essere prodotta con sistemi diversi – pensiamo alle semplici uova dove i processi produttivi sono molti e vanno dall’allevamento in gabbia per arrivare a quello biologico-) sia la normativa del Paese d’origine rispetto ai diritti/salari dei lavoratori* (ma anche normativa sulla sicurezza, sull’ambiente etc).

Basterebbe includere nel “Passaporto”, che ormai ogni merce ha, alcuni dati supplementari divisi in tre capitoli: “Diritti”, “Ambiente”, “Qualità/Utilità”. Nel capitolo “Diritti” ad esempio andrebbero elencate le normative del Paese di origine riguardo alcune voci (rapporto salario/costo della vita, normativa sulla sicurezza del lavoro, orario settimanale e turni di lavoro, sede fiscale delle aziende produttrici, ferie e maternità retribuite o meno, imposizione fiscale media, tfr, etc -potrebbero includersi anche i servizi che il singolo Paese offre gratuitamente o a pagamento come ad esempio sanità ed istruzione), per quanto riguarda l’”Ambiente” si farebbe lo stesso procedimento (tipo di energia utilizzata, sistema di smaltimento rifiuti, etc), nel capitolo “Qualità/Utilità” andrebbero inserite le voci riguardanti la durabilità (Obsolescenza programmata o meno), il tipo delle materie prime utilizzate, la qualità del prodotto sia in termini assoluti (un hamburger di mcdonalds costa poco perchè, fra le altre cose, la qualità dei prodotti di cui è fatto è obiettivamente bassissima) sia in termini di utilità sociale**.

In funzione di ogni singola voce si attribuisce un valore (ad esempio -3,-2,-1,0,+1,+2,+3) che verrà calcolato in funzione della Norma di riferimento (per esempio in Italia si considererà la normativa italiana, se dovesse essere ratificato in sede UE, dopo aver definito regole uguali per tutti i Paesi aderenti alla Comunità, allora la norma di riferimento sarebbe quella Europea) ed infine sommato.

Vista con superficialità potrebbe essere considerato come un dazio protezionistico, ma non è così. Se per esempio consideriamo Paesi come Bangladesh, India, ma anche Romania, molto probabilmente in tutte le voci sarà previsto un coefficiente negativo rispetto all’Italia, ma se consideriamo i Paesi scandinavi o la Francia probabilmente la situazione sarebbe ribaltata***.

Per quanto concerne i prodotti finanziari l’idea è identica basta semplicemente adeguare “capitoli” e “voci” (ad esempio un conto è giocare sulla speculazione , sull’ acquisto/vendita di armi, etc., altro conto è finanziare progetti sociali, ambientali, sostenibili).

Quali sono gli obiettivi che si pone questa “Riforma”?

Sono certamente tanti. Innanzitutto gli Stati da vittime inermi torneranno ad avere un ruolo fondamentale potendo gestire, attraverso la normativa interna gli equilibri fra aziende e lavoratori e pianificare meglio una politica industriale non più basata esclusivamente su costi/profitti. La delocalizzazione potrebbe non essere più conveniente come ora, quindi la possibilità di rilanciare l’occupazione nei Paesi che puntano sui Diritti, sull’ambiente e più in generale su un’economia sostenibile. Le multinazionali perderanno i privilegi e il potere incontrastato di cui ora godono. Le speculazioni finanziare diminuirebbero drasticamente rilanciando il finanziamento dell’economia reale, premiando progetti di utilità pubblica. Si favorirebbe il consumo “etico” (oggi molti per necessità scelgono i prodotti più economici, riequilibrando i prezzi, il consumatore avrebbe la possibilità di scegliere non necessariamente in funzione dei costi, bensì in funzione della qualità o per scelte maggiormente etiche). Ci sarebbe il cessate alla svendita del patrimonio pubblico. Una sostanziale transizione da un’economia parassitaria ad una umana che rimetta al centro la persona, l’ambiente e la qualità della vita.

Come fare?

Esistono molte forme di attuazione di questo modello, uno semplice sarebbe un meccanismo di tassazione (per i prodotti con un coefficiente alto)/decontribuzione (per le aziende con coefficiente basso).

Io credo che si potrebbe anche Riformare l’IVA. L’IVA è un’imposta generale sui consumi, il cui calcolo si basa solo sull’incremento di valore che un bene o un servizio acquista a ogni passaggio economico (valore aggiunto), a partire dalla produzione fino ad arrivare al consumo finale del bene o del servizio stesso. Nel valore aggiunto sono comprese eventuali accise, ossia tasse sulla produzione o fornitura che il venditore rigira al consumatore finale.

Mediante un sistema di detrazione e rivalsa, l’imposta grava sul consumatore finale, invece per il soggetto passivo d’imposta – ad esempio l’imprenditore o il professionista – l’IVA resta neutrale. Infatti il soggetto passivo d’imposta, cioè colui che cede beni o servizi, detrae l’imposta pagata sugli acquisti di beni e servizi effettuati nell’esercizio d’impresa, arte o professione, dall’imposta addebitata (a titolo di rivalsa) agli acquirenti dei beni o dei servizi prestati.

L’IVA pertanto rappresenta un costo solo per i soggetti che non possono esercitare il diritto alla detrazione e quindi, in generale, per i consumatori finali.

Nell’applicazione dell’imposta sul valore aggiunto occorre quindi distinguere il contribuente di fatto (il consumatore finale), che pur non essendo soggetto passivo dell’imposta ne sopporta l’onere economico e il contribuente di diritto (di norma un imprenditore o un professionista) su cui gravano gli obblighi del soggetto passivo d’imposta, sebbene per lui l’imposta resti neutrale.

Ricapitolando un tributo di tipo impositivo che si presenta come:

  • Tendenzialmente generale perché colpisce tutti i beni e servizi, tranne alcuni esonerati per esplicita previsione normativa.

  • Trasparente perché può essere facilmente distinguibile in occasione di ciascuna operazione.

  • A pagamenti frazionati perché a ogni passaggio il fisco incassa una frazione del tributo complessivo dovuto.

In pratica oggi l’Iva è uguale per tutti i prodotti settorialmente (22% per i beni considerati di lusso, 4% per generi alimentari, 10% per i beni turistici ed edili) e ricade unicamente sul consumatore finale. Data la tendenza generalizzata alla “specializzazione” in ogni settore, anche l’Iva andrebbe riformata in tal senso. Mi spiego: alla quota fissa, per esempio il 22 %, che ricade sul consumatore, bisognerebbe aggiungere (o detrarre) la quota risultante dal calcolo finale delle voci sopra citate e che tale costo/beneficio sia a carico dell’azienda produttrice di tale bene . Ad esempio un bene prodotto in un Paese privo di ogni diritto, dove non esiste nessuna norma a tutela dell’ambiente e di pessima qualità, ha una imposizione del 22% per cento di Iva, uguale allo stesso bene prodotto in un Paese dove sono presenti diritti e tutela dell’ambiente. Con la mia proposta il primo prodotto avrebbe un 22% di Iva a carico del consumatore ed un + 15% (ad esempio) di Iva a carico dell’azienda, mentre il secondo prodotto non avrebbe un ricarico del 22% ma potrebbe essere scontato al 10-5% .

Ovviamente, per ragioni di spazio non sono stato qui a spiegare come possano risolversi eventuali contraddizioni che potrebbero sorgere e sono consapevole che questo mio modello è solo una bozza su cui lavorare tutti assieme.

* In uno stesso Paese possono esistere differenti situazioni, basti pensare alla varietà di contratti disponibili con cui le aziende assumono i dipendenti.

**Ovviamente i miei sono esempi, le voci da inserire dovranno essere scelte e selezionate al momento della stesura della riforma, quindi se ne potranno aggiungere altre o togliere alcune o ridefinirle completamente.

*** questo varrebbe anche in Italia infatti una azienda unilateralmente potrebbe decidere di abbassare l’orario di lavoro a parità di salario, guadagnando punti nella relativa voce.

 

Ripartire si deve! Ma con maggiore chiarezza

di Carlo Di Marco

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   Ho seguito con un po’ di distacco l’evoluzione degli eventi di questi giorni relativi al nostro movimento nato al Brancaccio lo scorso giugno, poiché l’annullamento dell’appuntamento del 18 novembre da parte di Anna e Tommaso mi ha profondamente turbato.

   Io credo nella possibilità del ricongiungimento fra partiti e società civile. Credo che questo ricongiungimento sia possibile almeno facendo riferimento a quella parte della classe politica organizzata che (pur se nominalmente) è salita sul banco di prova del Brancaccio. Ma ritengo senza esitazione che i partiti saliti su quel banco di prova siano capaci anche di scenderne, ma non potranno mai distruggere un banco di prova ormai avviato.

   Fuori di metafora e più semplicemente, se ci sono partiti che decidono di mettersi profondamente in discussione in un percorso partecipativo e deliberativo, possono anche decidere di uscirne e perpetuare l’autoreferenzialità tipica dell’odierno sistema degenere dei partiti, ma il percorso partecipativo e deliberativo rimane, non si annulla perché i partiti ne escono o tentano di annientarlo. Come dire: sarà per un’altra volta, ma il Brancaccio resta e va avanti. Forse cambia obiettivo perché una lista di sinistra unica e alternativa nei contenuti e nei metodi non è più possibile, ma va avanti.

   Non condivido che alla mancata assemblea nazionale del 18 novembre (che poi si è fatta ugualmente) ora si sostituisca quella del 3 dicembre. Anche perché fra le due soluzioni proposte da Anna e Tommaso ai partiti del 3 dicembre nessuna sarà accolta. Semmai una delle due soluzioni dovremmo sceglierla noi per il nostro percorso, non contro, ma nonostante i partiti. In altri termini, quando si indica la seconda soluzione che prevede una grande assemblea democratica “non costruendola per delegati, bensì aprendola a tutto il popolo della Sinistra, in un grande evento democratico le cui decisioni finali nessuno possa predeterminare in anticipo” mi viene spontanea la domanda, ma questa non doveva essere l’assemblea del 18 novembre che è stata annullata? Ora la proponiamo ai partiti che sono scesi dal banco di prova e attendiamo una risposta?

   Eppoi, cosa si temeva per il 18 novembre? “che i partiti non si fidano l’uno dell’altro: e tutti insieme temono che la partecipazione di cittadini non iscritti possa far perdere loro il controllo dell’assemblea” (Montanari). Ma chi ha un po’ di conoscenza dei processi deliberativi sa che i tavoli di lavoro compiono un miracolo: mettono, tutti uguali, in tavoli poco numerosi dove le manovre leaderistiche non funzionano. Vari anni fa, in un tavolo da me coordinato a Parma nell’ambito dell’esperienza di “Cambiare si può”, poco numeroso e uguale, c’erano insieme con me Guido Viale, Paolo Cacciari e Alfonso Gianni. Tre pezzi da novanta, ma nessuno di essi emerse come leader del gruppo, perché i tavoli di lavoro ben gestiti questo non lo consentono. Se poi in plenaria si riportano fedelmente i reports dei tavoli, non vedo dove siano gli spiragli perché un partito o un affabulatore insigne possano prevalere. Non eravamo attrezzati abbastanza? Che so, mancavano reporter e coordinatori, facilitatori e quant’altro? Bene l’assemblea poteva  essere rinviata. Annullarla è stato un errore. Ma ora proporla ai partiti che in modo del tutto evidente stanno uscendo dal percorso del Brancaccio aspettando “una risposta pubblica” che non arriverà è un errore in più. Invece, Tommaso ed Anna potevano andare al Teatro Italia per ripartire insieme a centinaia di giovani che sono un patrimonio inestimabile.

   Avevo difeso (nei contenuti, non nel metodo), come tutti sanno, il documento del 7 novembre e invitavo a non vederci dietro macchinazioni inesistenti, ma aspettavo l’assemblea del 18 che è stata annullata. E purtroppo dubbi sono venuti anche a me accompagnati da una caduta verticale dell’ottimismo.

   Su quali basi è ora possibile ripartire? Dai 10 punti. Da sviluppare completare e discutere in una grande assemblea nazionale organizzata e strutturata con metodo democratico secondo tecniche deliberative come nei suggerimenti delle nostre linee guida. In Abruzzo andiamo a una assemblea regionale al più presto. Chi la convoca? Chi si trova ancora sul banco di prova del Brancaccio. Dobbiamo cambiare nome? Non lo so. Fate delle proposte, perché in tal caso dovremo ri-denominare il gruppo w.app e il blog da cui sto scrivendo questo articolo.

   Chiudo ringraziando tutti i compagni che si sono impegnati e spero che vorranno ripartire. Ringrazio Anna Falcone e Tommaso Montanari per essersi messi in gioco per aprire questa bellissima esperienza di democrazia che però deve proseguire nella chiarezza e mi auguro che saranno ancora con noi. Ringrazio Daniele Licheri che con me ha lavorato alacremente per far decollare questa esperienza in Abruzzo. Non so quali saranno gli sviluppi futuri, ma lo ringrazio per tutto quello che ha fatto e che farà, se con il suo partito deciderà di non scendere da questo banco di prova. Non ringrazio MDP, che per via della sua assenza costante nel percorso abruzzese ha dimostrato di prediligere alleanze con settori del PD e, in Abruzzo, con il Governo regionale di D’Alfonso.

   Buona democrazia

LA POSTA IN GIOCO

di Carlo Di Marco

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   Sono stato una settimana fuori Italia per lavoro e mi scuso per il ritardo con cui scrivo queste due righe sul dibattito in corso, ma il percorso apertosi in Abruzzo nella scorsa estate è troppo importante e credo che debba svilupparsi anche in vista dell’appuntamento del 18 novembre a Roma.

   Partirei da una considerazione che riguarda il rischio storico che abbiamo di fronte: la liquidazione della Costituzione repubblicana e il Costituzionalismo italiano. Nel 2012 un Parlamento di nominati pur di eludere un popolo diventato “inaffidabile”, che aveva fatto naufragare la revisione costituzionale di Berlusconi e vinto in referendum sull’acqua, decide di raggiungere a tavolino il 2/3 nella seconda deliberazione relativa all’iter di revisione della Costituzione per imporre l’obbligo del pareggio di bilancio. Si trattava solo di un segnale, ma si era aperta la strada più facile per liquidare la Costituzione e con essa l’intera storia del costituzionalismo italiano: evitare il Popolo sovrano nel procedimento di revisone. Era stata utile una legge elettorale liberticida (il porcellum) che apriva la strada all’annullamento del sistema della rappresentanza poiché un Parlamento di nominati e fiduciari dei partiti di governo rende flessibile una Costituzione che nasce dalla Resistenza partigiana rigida e disponibile solo dal popolo. Fra “Italicum” e “Rosatellum” si prosegue su questa via e domani un Parlamento formato senza una rappresentanza di milioni di cittadini che si sono allontanati totalmente dalla politica e che però sono presenti sempre nel difendere la Costituzione repubblicana, raggiungerebbe l’obiettivo liquidatorio sopra rappresentato. Questa è la posta in gioco!

Ecco da dove nasce il “Brancaccio”. Dall’esigenza di evitare i 2/3 in un Parlamento che distruggerebbe la Costituzione in pochi mesi. Ma per fare questo bisogna creare una credibilità totalmente nuova basata su contenuti e metodi totalmente diversi con uno schieramento il più largo e il più aperto possibile che nasce dalla base e capovolge la piramide organizzativa e politica. Senza questi segnali di completa discontinuità tale obiettivo non potrebbe essere raggiunto e dovremmo rassegnarci alla fine del costituzionalismo nato dalla Resistenza.

E il “Brancaccio” nasce, non a caso, proponendo ai cittadini (tutti) e alle forze politiche (tutte) che si sentono di starci, il capovolgimento della politica che si riassume sostanzialmente in:

  1. un programma antiliberista, anticapitalista, democratico e pluralista che deve essere il frutto di centinaia o migliaia di assemblee da svolgersi nei territori regionali e locali (come per la gloriosa campagna referendaria dell’anno scorso). Ad esse possono solo essere fornite delle basi di discussione (i 10 punti del Brancaccio). Devono tornare dalla base centinaia di reports assembleari che indichino il programma a una grande Assemblea deliberativa nazionale.
  2. Una lista unitaria della sinistra antiliberista e democratica che raggiunga gli obiettivi detti in premessa. Essa è possibile sulla base dei seguenti principi:
    1. una testa un voto;
    2. candidature provenienti anch’esse dalle libere assemblee. No a quelle imposte dall’alto da chiunque;
    3. leader (necessario per la legge elettorale, purtroppo…) scelto secondo principi di novità e democrazia di base;
    4. programma deciso dalla base come detto nel precedente punto.

   Cosa è successo nei giorni scorsi in maniera tale da far preoccupare tanti compagni?

   Il risultato siciliano è il frutto di un percorso che non mi è piaciuto, come tutti sanno, non ne ho fatto mistero. La candidatura di Fava fu imposta, e alla fine varie forze politiche aderenti al Brancaccio ci si sono ritrovate. Qualcuna di esse finse una “preventiva” forma di partecipazione interna che non mi piacque (si poteva evitare), ma tant’è! Sono cose che ho già scritto. Va riconosciuto, tuttavia, che quella coalizione ha riportato nell’Assemblea regionale siciliana una sensibilità politica che mancava da anni. Questo dimostra, se ce ne fosse ancora bisogno, che a livello nazionale una lista unitaria per evitare i 2/3 nelle mani della destra preter-costituzionale ora è possibile.

   Andiamo oltre! Una proposta ai “cittadini (tutti) e alle forze politiche (tutte) che si sentono di starci” per il capovolgimento della politica non esclude nessuno. Nemmeno che tutti parlino con tutti a qualsiasi livello e in qualsiasi luogo. Prescinde dai nomi, dai cognomi e dal passato di ognuno e dalle appartenenze. Il filtro però c’è (e ci mancherebbe…): è nei metodi e nei contenuti. È in quei due punti sopra riassunti un po’ stringatamente. In altri termini verrebbe da chiedersi: come fanno a starci i violentatori della Costituzione (come quelli dei 2/3 del 2012)? Quelli che sono abituati a sfruttare tutte le occasioni per la loro autoreferenzialità? Quelli che hanno votato il jobs act e altre porcherie? Credo di saperlo: essi vogliono cavalcare anche questo cavallo per riemergere e riproporsi per poi cambiare bandiera comme d’habitude. Che fare? Ci mettiamo a sparare slogans ad effetto mediatico e “polarizzanti” anche contro noi stessi inventandoci streghe e gnomi inesistenti o andiamo avanti per la strada nostra? La risposta a questa domanda ci induce a rileggere il documento famigerato pubblicato su Huffpost il 7 novembre scorso. In questo documento c’è quasi tutto il Brancaccio. Lo ha ribadito Anna e non aggiungo nulla alle sue considerazioni e ad esse rimando. Quando mai si è raggiunto un accordo per la costituzione di una lista sulla base di quasi tutto quello che propone il Brancaccio? Si tratta di un documento informalmente condiviso che è solo una base di discussione per chi deve ancora decidere a casa sua. E noi a casa nostra decideremo il 18 come già sapevamo di dover fare. Un documento che non doveva uscire? Può darsi, ma non diamo alle cose significati che non hanno. L’ho detto prima: tutti possono e devono parlare a tutti i livelli. L’importante è chi e come si prendono decisioni. Noi lo faremo il 18 novembre prossimo a Roma.

   Non ci fidiamo di Tizio, Caio, Sempronio e Mevio perché la loro storia non ci piace? Scommetto che non piacciono neanche a me, ma sta a noi mantenere duro perché si imponga il programma accennato in questo accordo informale e che definiremo il 18 sia nei contenuti che nei metodi. Non è la prima volta che si raggiungono accordi per andare avanti. Il primo esempio della storia della Repubblica? La Costituente! Non c’erano solo Togliatti, Terracini, Nenni e Marchesi. C’erano anche democristiani, liberali, e monarchici (anche qualche fascista camuffato da qualunquista). Vi erano furbacchioni come Fanfani che, dopo aver scritto l’articolo 1 della Costituzione che mise quasi tutti d’accordo (si avete letto bene…fu lui a scriverlo), si dimostrò uno dei principali artefici (all’ombra) della svolta autoritaria del Governo Tambroni. La Costituzione fu approvata quasi all’unanimità ed oggi costituisce la spina dorsale del nostro programma.

Concludo con una considerazione di Acerbo che condivido: non lasciamo il Brancaccio a chi adesso vuole usarlo per fini autoreferenziali. Ritroviamoci nei tavoli di lavoro del 18 a Roma tutti insieme per scrivere il programma da porre sul tavolo di ulteriori, successive ed eventuali trattative con chi, in buona o cattiva fede, ora accetta i presupposti che noi poniamo.

Ultimissima cosa: da modesto ricercatore vi assicuro che stiamo scrivendo una nuova pagina nella storia della democrazia costituzionale italiana. Questa consapevolezza dovrebbe aiutarci per capire meglio quale sia la posta in gioco.

Cominciamo a discutere di cose da fare?

di Gennaro Montella

Montella

Ho pensato, in assenza di riunioni ed altre indicazioni, di cominciare a dare il mio contributo al programma, cominciando dalle Istituzioni.
Invierò al blog i miei appunti sugli altri argomenti; perché possano costituire un punto di partenza per eventuali discussioni.

PARLAMENTO

Diminuzione numero Deputati a max 300

Diminuzione numero senatori a max 150

Tutti eletti direttamente dagli elettori.

Si dovrà tornare alla politica del territorio,  con l’individuazione da parte dei Cittadini del rappresentante più meritevole.

Massimo due legislature consentite. Fermo di due legislature e riproposizione per 1 legislatura. Poi non più eleggibile.

Per dare la possibilità a più Cittadini di partecipare alla politica attiva del Paese.

Eliminazione dell’autorizzazione a procedere.

Eliminazione della pensione ai rappresentanti del popolo (non è un lavoro). E conseguente abolizione della liquidazione di fine mandato.

Eliminazione di ogni forma di contributo ai partiti e rendicontazioni di ogni contributo a partire da 0,00 Euro.

Obbligo di mandato.

Le dimissioni, per qualsiasi motivo, non abbisognano di autorizzazione della camera di appartenenza.

Assunzione diretta dalla camera di appartenenza dei portaborse con rendicontazione obbligatoria del loro lavoro (cartellino presenze).

Nessun compenso aggiuntivo per tutte le cariche previste dalle camere: questori, etc.

Le assenze dalle sedute o commissioni, salvo giustificati motivi, vengono scalate dai compensi.

 

REGIONI:

Riduzione numero componenti consigli regionali.

Eliminazione Regioni a Statuto Speciale

Compensi: al Presidente uguale parlamentari; ai consiglieri max metà del Presidente. I compensi sono omnicomprensivi. (No spese trasporto, commissioni, etc.)

Eliminazione di ogni forma di contributo istituzionale: ai gruppi, al singolo.

Eliminazione di tutte le spese di propaganda istituzionale (esse ricadono a carico dei partiti).

Le assunzioni di consulenti esterne vanno fatte solo ed unicamente in mancanza di analoghe professionalità presenti all’interno dell’amministrazione.

Diversamente sono a carico del partito di appartenenza del Presidente.

No a pensioni e liquidazione fine mandato.

 

PROVINCIE:

Abolizione totale con assunzione compiti da  Comuni capoluoghi e Regione

 

COMUNI:

Compensi: al Sindaco max (dipende dalla grandezza del Comune), il compenso va rapportato ad un consigliere regionale.

Ai consiglieri e assessori (laddove dovuto), compenso omni-comprensivo (commissioni, etc.): a scalare un tot per ogni assenza da consiglio o commissione.