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L’Appello di Anna Falcone e Tomaso Montanari

Questo è l’estratto dell’articolo.

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Siamo di fronte ad una decisione urgente», sottolineano Anna Falcone e Tomaso Montanari lanciando oggi un appello per l’unità della Sinistra. «Che non è decidere quale combinazione di sigle potrà sostenere il prossimo governo fotocopia, ma come far sì che nel prossimo Parlamento sia rappresentata la parte più fragile di questo Paese e quanti, giovani e meno giovani, in seguito alla crisi, sono scivolati nella fascia del bisogno, della precarietà, della mancanza di futuro e di prospettive. La parte di tutti coloro che da anni non votano perché non credono che la politica possa avere risposte per la loro vita quotidiana: coloro che non sono garantiti perché senza lavoro, o con lavoro precario; coloro che non arrivano alla fine del mese, per stipendi insufficienti o pensioni da fame».
Al centro del documento della giurista e dello storico dell’arte dell’Università Federico II di Napoli c’è la grande questione della diseguaglianza.
«Pensiamo che il primo passo di una vera lotta alla diseguaglianza sia portare al voto tutti coloro che vogliono rovesciare questa condizione e riconquistare diritti e dignità».
Da qui la proposta politica: «È necessario aprire uno spazio politico nuovo, in cui il voto delle persone torni a contare. Soprattutto ora che sta per essere approvata l’ennesima legge elettorale che riporterà in Parlamento una pletora di “nominati”. Soprattutto in un quadro politico in cui i tre poli attuali: la Destra e il Partito Democratico, purtroppo indistinguibili nelle politiche e nell’ispirazione neoliberista, e il Movimento 5 Stelle o demoliscono o almeno non mostrano alcun interesse per l’uguaglianza e la giustizia sociale».
Ci vuole, dunque, scrivono i due firmatari dell’appello «una Sinistra unita, in un progetto condiviso e in una sola lista. Una grande lista di cittadinanza e di sinistra, aperta a tutti: partiti, movimenti, associazioni, comitati, società civile. Un progetto capace di dare una risposta al popolo che il 4 dicembre scorso è andato in massa a votare “No” al referendum costituzionale, perché in quella Costituzione si riconosce e da lì vorrebbe ripartire per attuarla e non limitarsi più a difenderla». La rincorsa al centro e la via maggioritaria, si legge ancora nel documento, hanno fatto sì che «una classe politica che si diceva di sinistra è andata al governo per realizzare politiche di destra». Urge un nuovo corso con «un progetto politico che aspiri a dare rappresentanza agli italiani e soluzioni innovative alla crisi in atto, un percorso unitario aperto a tutti e non controllato da nessuno, che non tradisca lo spirito del 4 dicembre, ma ne sia, anzi, la continuazione. Un progetto che parta dai programmi, non dalle leadership e metta al centro il diritto al lavoro, il diritto a una remunerazione equa o a un reddito di dignità, il diritto alla salute, alla casa, all’istruzione. Un progetto che costruisca il futuro sull’economia della conoscenza e su un modello di economia sostenibile, non sul profitto, non sull’egemonia dei mercati sui diritti e sulla vita delle persone. Un progetto che dia priorità all’ambiente, al patrimonio culturale, a scuola, università e ricerca: non alla finanza; che affronti i problemi di bilancio contrastando evasione ed elusione fiscale, e promuovendo equità e progressività fiscale: non austerità e politiche recessive».
Con una precisazione di metodo: «un simile progetto, e una lista unitaria, non si costruiscono dall’alto, ma dal basso. Con un processo di partecipazione aperto, che parta dalle liste civiche già presenti su tutto il territorio nazionale, e che si apra ai cittadini, per decidere insieme, con metodo democratico, programmi e candidati». Quanto al programma è già nei principi fondamentali della Costituzione, affermano Montanari e Falcone che sono stati protagonisti di una fortissima campagna per il no alla riforma costituzionale Renzi-Boschi. In primo piano è l’articolo 3 della Carta: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale, e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».
«È su questa piattaforma politica, civica e di sinistra – concludono Montanari e Falcone – che vogliamo costruire una nuova rappresentanza. È con questo programma che vogliamo chiamare le italiane e gli italiani a votare… lo facciamo a titolo personale, e senza coinvolgere nessuna delle associazioni o dei comitati di cui facciamo parte – la responsabilità di fare questa proposta. L’unica adeguata a questo momento cruciale. Perché una sinistra di popolo non può che rinascere dal popolo. Invitiamo a riunirsi a Roma il prossimo 18 giugno tutti coloro che si riconoscono in questi valori, e vogliono avviare insieme questo processo».

Restare senza più nessuna maschera

di Francesca Carusi

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E’ trascorsa appena una settimana dalla diffusione della notizia dell’annullamento dell’assemblea del 18 novembre, nella quale tutte e tutti avevano riposto fiducia, impegno e risorse.

Una doccia fredda, una grande delusione, un senso di smarrimento e di abbandono per tante cittadine e tanti cittadini che avevano ritrovato uno  spazio ed abbracciato con il cuore una proposta  chiara, schietta ed inclusiva.  La forza del “Brancaccio” che ha innescato un processo che, nonostante le recenti difficoltà, è  ancora di fronte ai nostri occhi, sta tutta nella semplicità e nella chiarezza di quell’appello.

Aderire all’appello del Brancaccio ha avuto significati differenti per ciascuna e ciascuno, ed è proprio in quelle differenze che risiedono le maggiori risorse. Ma il fine a cui tendere e l’anima del percorso iniziato sono gli stessi: restituire dignità e voglia di partecipazione a chi si è arreso, perché la resa e la rassegnazione sono i più potenti nemici da combattere. Le modalità attraverso le quali raggiungere un tale obiettivo mi pare siano ancora in discussione. E mi sembra anche logico e naturale che sia così, perché la semplicità della proposta lanciata non la sottrae certo dal suo essere anche terribilmente ardua.

Un processo di reale cambiamento ha bisogno dei tempi giusti che solo esso nel suo svolgersi può determinare. Un processo di cambiamento sincero non può sottrarsi dal compiere enormi errori, vivere svolte inaspettate e apparenti battute d’arresto dolorose. Ma non per questo si ferma.

Credo ancora fortemente in quell’appello del 18 giugno e soprattutto credo ancora che sia realizzabile. Credo anche, molto banalmente, che è nei momenti di difficoltà che le grandi passioni e la forza di chi le porta avanti trovano un banco di prova.  E le reazioni all’annullamento dell’assemblea del 18 da parte dei tanti attivisti che hanno animato il percorso iniziato da pochi mesi (i numerosi appelli, i messaggi, gli articoli, l’assemblea al Teatro Italia, i comunicati di Anna e Tomaso) hanno già dimostrato che il processo è tutt’altro che concluso.

Per questo rispondo alla domanda di Carlo Di Marco (Chi si trova ancora sul banco di prova del Brancaccio?) dicendo a lui e a tutti coloro che in Abruzzo hanno lavorato già tantissimo che io ci sono ancora e che anzi questo momento difficile ha fatto sentire in me ancora più forte l’urgenza ed il dovere di esserci.

Carlo chiede ancora: Dobbiamo cambiare nome? Non lo so. Fate delle proposte, perché in tal caso dovremo ri-denominare il gruppo w.app e il blog da cui sto scrivendo questo articolo.

Al momento credo non sia necessario, per le stesse ragioni esposte poco prima: se riconosciamo tutte e tutti di essere in difficoltà, la risorsa principale su cui fare affidamento è lo spirito del 18 giugno nato al Brancaccio.

Questa risorsa è potentissima per coloro che la sentono veramente e che possono contare anche su un’altra risorsa fortissima, costituita dalla genuinità del proprio impegno e dalla vocazione disinteressata.

Gli errori commessi, anch’essi preziose risorse, vanno affrontati e discussi insieme in un’assemblea regionale abruzzese che, come ci ha scritto Carlo, è assolutamente necessaria. Soprattutto le dinamiche in atto, le posizioni assunte, i contributi prodotti in questi giorni ed in quelli che verranno, necessitano di una discussione aperta, serena e seria da parte di tutti coloro che finora si sono impegnati ed hanno intenzione di continuare a farlo.

Oltre alla volontà di esserci e continuare, un altro presupposto che mi pare necessario affinché la futura assemblea si realizzi nel solco giusto, è abbandonare qualsiasi forma di tatticismo, qualsiasi forma di timore legato alle prossime elezioni, togliersi sovrastrutture e maschere. Perché è vero che il futuro fa paura e che  il mondo in cui viviamo corre il rischio di peggiorare tragicamente, ma è anche vero che, se ci lasciamo sopraffare dalla irrazionalità e dalla paura, il cambiamento che vogliamo non potrà mai realizzarsi.

Per questo ho voluto rispondere a Carlo e consegnare a tutte e tutti voi una parte dei pensieri che affollano la mia mente in questi giorni e per questo vi chiedo di dare un segnale in merito alla volontà di incontrarci per rispondere insieme con sincerità  alla domanda “Chi si trova ancora sul banco di prova del Brancaccio?” ed in quali forme, con quali idee e con quali convinzioni?

Sarà banale, ma dipende da noi e solo da noi ed è un dovere nei confronti di chi fino a questo momento ha già investito tanto nel nostro territorio ed altrove e che ringrazio davvero di cuore.

 

Angina pectoris di Nazim Hikmet (1948)

Se qui c’è la metà del mio cuore, dottore,

l’altra metà sta in Cina

nella lunga marcia verso il Fiume Giallo.

 

E poi ogni mattina, dottore,

ogni mattina all’alba

il mio cuore lo fucilano in Grecia.

E poi, quando i prigionieri cadono nel sonno

quando gli ultimi passi si allontanano

dall’infermeria

il mio cuore se ne va, dottore,

se ne va in una vecchia casa di legno, a Istanbul.

 

E poi sono dieci anni, dottore,

che non ho niente in mano da offrire al mio popolo

niente altro che una mela

una mela rossa, il mio cuore.

 

È per tutto questo, dottore,

e non per l’arteriosclérosi, per la nicotina, per la prigione,

che ho quest’angina pectoris…

 

Guardo la notte attraverso le sbarre

e malgrado tutti questi muri che mi pesano sul petto

il mio cuore batte con la stella più lontana.

 

Qualche spunto programmatico, che in questa fase non guasta…

di Matteo Ginaldi

Matteo

Molto si parla di Riforme e di strumenti per rendere il mercato più giusto ed equo. I Problemi che gli Stati, e quindi le comunità, sono costretti a subire sono tanti: la delocalizzazione, il fatto che le multinazionali possano produrre e pagare le tasse dove vogliono senza che nessuno possa far niente, i disastri ambientali, le speculazioni finanziarie, la qualità dei prodotti sempre più bassa, la distruzione dei diritti, la svendita del patrimonio pubblico e lo smantellamento dei servizi pubblici sanitari e dell’istruzione, etc.. Tutti questi ed altri problemi non sono dissociati come qualcuno vorrebbe farci credere, bensì uniti da un unico comune denominatore, la competizione basata solo ed esclusivamente su costi/profitti, per cui lo Stato è praticamente disarmato nel poterla gestire (principio costitutivo del neoliberismo economico). Ormai è largamente accettata l’idea che la competizione sia funzionale al progresso. Io contesto totalmente questa definizione ma, in questo articolo, vorrei proporre un semplice modello che, accettando il dogma della competizione, ribalti la sua unica legge attuale, proponendone una alternativa che finalmente risolva molti dei problemi che sono alla base delle attuali ingiustizie. La competizione su Diritti/Ambiente/Qualità-utilità dei prodotti. Detta cosi mi rendo conto che possa sembrare il classico slogan fine a se stesso. Certamente la ricetta che oggi ci ripropongono le destre nazionaliste è ancor più irrealizzabile dato che imporre tasse protezionistiche, implicherebbe che le entrate di tali tasse sarebbero inferiori alle multe che gli verrebbero imposte dalle varie istituzioni internazionali, Wto in testa.

Vorrei dettagliare alcune modalità con cui la mia proposta potrebbe applicarsi sia alla cosiddetta “economia reale” (quella produttiva per intenderci), sia all’economia finanziaria.

Innanzitutto vorrei premettere che alla base di tutto c’è il prodotto (materiale od immateriale che sia) e non l’azienda/istituto che lo produce o lo commercializza.

Per quanto riguarda le merci, ogni prodotto ha delle caratteristiche proprie che riguardano sia la componentistica (i materiali utilizzati), sia il processo produttivo (una merce identica o succedanea può essere prodotta con sistemi diversi – pensiamo alle semplici uova dove i processi produttivi sono molti e vanno dall’allevamento in gabbia per arrivare a quello biologico-) sia la normativa del Paese d’origine rispetto ai diritti/salari dei lavoratori* (ma anche normativa sulla sicurezza, sull’ambiente etc).

Basterebbe includere nel “Passaporto”, che ormai ogni merce ha, alcuni dati supplementari divisi in tre capitoli: “Diritti”, “Ambiente”, “Qualità/Utilità”. Nel capitolo “Diritti” ad esempio andrebbero elencate le normative del Paese di origine riguardo alcune voci (rapporto salario/costo della vita, normativa sulla sicurezza del lavoro, orario settimanale e turni di lavoro, sede fiscale delle aziende produttrici, ferie e maternità retribuite o meno, imposizione fiscale media, tfr, etc -potrebbero includersi anche i servizi che il singolo Paese offre gratuitamente o a pagamento come ad esempio sanità ed istruzione), per quanto riguarda l’”Ambiente” si farebbe lo stesso procedimento (tipo di energia utilizzata, sistema di smaltimento rifiuti, etc), nel capitolo “Qualità/Utilità” andrebbero inserite le voci riguardanti la durabilità (Obsolescenza programmata o meno), il tipo delle materie prime utilizzate, la qualità del prodotto sia in termini assoluti (un hamburger di mcdonalds costa poco perchè, fra le altre cose, la qualità dei prodotti di cui è fatto è obiettivamente bassissima) sia in termini di utilità sociale**.

In funzione di ogni singola voce si attribuisce un valore (ad esempio -3,-2,-1,0,+1,+2,+3) che verrà calcolato in funzione della Norma di riferimento (per esempio in Italia si considererà la normativa italiana, se dovesse essere ratificato in sede UE, dopo aver definito regole uguali per tutti i Paesi aderenti alla Comunità, allora la norma di riferimento sarebbe quella Europea) ed infine sommato.

Vista con superficialità potrebbe essere considerato come un dazio protezionistico, ma non è così. Se per esempio consideriamo Paesi come Bangladesh, India, ma anche Romania, molto probabilmente in tutte le voci sarà previsto un coefficiente negativo rispetto all’Italia, ma se consideriamo i Paesi scandinavi o la Francia probabilmente la situazione sarebbe ribaltata***.

Per quanto concerne i prodotti finanziari l’idea è identica basta semplicemente adeguare “capitoli” e “voci” (ad esempio un conto è giocare sulla speculazione , sull’ acquisto/vendita di armi, etc., altro conto è finanziare progetti sociali, ambientali, sostenibili).

Quali sono gli obiettivi che si pone questa “Riforma”?

Sono certamente tanti. Innanzitutto gli Stati da vittime inermi torneranno ad avere un ruolo fondamentale potendo gestire, attraverso la normativa interna gli equilibri fra aziende e lavoratori e pianificare meglio una politica industriale non più basata esclusivamente su costi/profitti. La delocalizzazione potrebbe non essere più conveniente come ora, quindi la possibilità di rilanciare l’occupazione nei Paesi che puntano sui Diritti, sull’ambiente e più in generale su un’economia sostenibile. Le multinazionali perderanno i privilegi e il potere incontrastato di cui ora godono. Le speculazioni finanziare diminuirebbero drasticamente rilanciando il finanziamento dell’economia reale, premiando progetti di utilità pubblica. Si favorirebbe il consumo “etico” (oggi molti per necessità scelgono i prodotti più economici, riequilibrando i prezzi, il consumatore avrebbe la possibilità di scegliere non necessariamente in funzione dei costi, bensì in funzione della qualità o per scelte maggiormente etiche). Ci sarebbe il cessate alla svendita del patrimonio pubblico. Una sostanziale transizione da un’economia parassitaria ad una umana che rimetta al centro la persona, l’ambiente e la qualità della vita.

Come fare?

Esistono molte forme di attuazione di questo modello, uno semplice sarebbe un meccanismo di tassazione (per i prodotti con un coefficiente alto)/decontribuzione (per le aziende con coefficiente basso).

Io credo che si potrebbe anche Riformare l’IVA. L’IVA è un’imposta generale sui consumi, il cui calcolo si basa solo sull’incremento di valore che un bene o un servizio acquista a ogni passaggio economico (valore aggiunto), a partire dalla produzione fino ad arrivare al consumo finale del bene o del servizio stesso. Nel valore aggiunto sono comprese eventuali accise, ossia tasse sulla produzione o fornitura che il venditore rigira al consumatore finale.

Mediante un sistema di detrazione e rivalsa, l’imposta grava sul consumatore finale, invece per il soggetto passivo d’imposta – ad esempio l’imprenditore o il professionista – l’IVA resta neutrale. Infatti il soggetto passivo d’imposta, cioè colui che cede beni o servizi, detrae l’imposta pagata sugli acquisti di beni e servizi effettuati nell’esercizio d’impresa, arte o professione, dall’imposta addebitata (a titolo di rivalsa) agli acquirenti dei beni o dei servizi prestati.

L’IVA pertanto rappresenta un costo solo per i soggetti che non possono esercitare il diritto alla detrazione e quindi, in generale, per i consumatori finali.

Nell’applicazione dell’imposta sul valore aggiunto occorre quindi distinguere il contribuente di fatto (il consumatore finale), che pur non essendo soggetto passivo dell’imposta ne sopporta l’onere economico e il contribuente di diritto (di norma un imprenditore o un professionista) su cui gravano gli obblighi del soggetto passivo d’imposta, sebbene per lui l’imposta resti neutrale.

Ricapitolando un tributo di tipo impositivo che si presenta come:

  • Tendenzialmente generale perché colpisce tutti i beni e servizi, tranne alcuni esonerati per esplicita previsione normativa.

  • Trasparente perché può essere facilmente distinguibile in occasione di ciascuna operazione.

  • A pagamenti frazionati perché a ogni passaggio il fisco incassa una frazione del tributo complessivo dovuto.

In pratica oggi l’Iva è uguale per tutti i prodotti settorialmente (22% per i beni considerati di lusso, 4% per generi alimentari, 10% per i beni turistici ed edili) e ricade unicamente sul consumatore finale. Data la tendenza generalizzata alla “specializzazione” in ogni settore, anche l’Iva andrebbe riformata in tal senso. Mi spiego: alla quota fissa, per esempio il 22 %, che ricade sul consumatore, bisognerebbe aggiungere (o detrarre) la quota risultante dal calcolo finale delle voci sopra citate e che tale costo/beneficio sia a carico dell’azienda produttrice di tale bene . Ad esempio un bene prodotto in un Paese privo di ogni diritto, dove non esiste nessuna norma a tutela dell’ambiente e di pessima qualità, ha una imposizione del 22% per cento di Iva, uguale allo stesso bene prodotto in un Paese dove sono presenti diritti e tutela dell’ambiente. Con la mia proposta il primo prodotto avrebbe un 22% di Iva a carico del consumatore ed un + 15% (ad esempio) di Iva a carico dell’azienda, mentre il secondo prodotto non avrebbe un ricarico del 22% ma potrebbe essere scontato al 10-5% .

Ovviamente, per ragioni di spazio non sono stato qui a spiegare come possano risolversi eventuali contraddizioni che potrebbero sorgere e sono consapevole che questo mio modello è solo una bozza su cui lavorare tutti assieme.

* In uno stesso Paese possono esistere differenti situazioni, basti pensare alla varietà di contratti disponibili con cui le aziende assumono i dipendenti.

**Ovviamente i miei sono esempi, le voci da inserire dovranno essere scelte e selezionate al momento della stesura della riforma, quindi se ne potranno aggiungere altre o togliere alcune o ridefinirle completamente.

*** questo varrebbe anche in Italia infatti una azienda unilateralmente potrebbe decidere di abbassare l’orario di lavoro a parità di salario, guadagnando punti nella relativa voce.

 

Ripartire si deve! Ma con maggiore chiarezza

di Carlo Di Marco

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   Ho seguito con un po’ di distacco l’evoluzione degli eventi di questi giorni relativi al nostro movimento nato al Brancaccio lo scorso giugno, poiché l’annullamento dell’appuntamento del 18 novembre da parte di Anna e Tommaso mi ha profondamente turbato.

   Io credo nella possibilità del ricongiungimento fra partiti e società civile. Credo che questo ricongiungimento sia possibile almeno facendo riferimento a quella parte della classe politica organizzata che (pur se nominalmente) è salita sul banco di prova del Brancaccio. Ma ritengo senza esitazione che i partiti saliti su quel banco di prova siano capaci anche di scenderne, ma non potranno mai distruggere un banco di prova ormai avviato.

   Fuori di metafora e più semplicemente, se ci sono partiti che decidono di mettersi profondamente in discussione in un percorso partecipativo e deliberativo, possono anche decidere di uscirne e perpetuare l’autoreferenzialità tipica dell’odierno sistema degenere dei partiti, ma il percorso partecipativo e deliberativo rimane, non si annulla perché i partiti ne escono o tentano di annientarlo. Come dire: sarà per un’altra volta, ma il Brancaccio resta e va avanti. Forse cambia obiettivo perché una lista di sinistra unica e alternativa nei contenuti e nei metodi non è più possibile, ma va avanti.

   Non condivido che alla mancata assemblea nazionale del 18 novembre (che poi si è fatta ugualmente) ora si sostituisca quella del 3 dicembre. Anche perché fra le due soluzioni proposte da Anna e Tommaso ai partiti del 3 dicembre nessuna sarà accolta. Semmai una delle due soluzioni dovremmo sceglierla noi per il nostro percorso, non contro, ma nonostante i partiti. In altri termini, quando si indica la seconda soluzione che prevede una grande assemblea democratica “non costruendola per delegati, bensì aprendola a tutto il popolo della Sinistra, in un grande evento democratico le cui decisioni finali nessuno possa predeterminare in anticipo” mi viene spontanea la domanda, ma questa non doveva essere l’assemblea del 18 novembre che è stata annullata? Ora la proponiamo ai partiti che sono scesi dal banco di prova e attendiamo una risposta?

   Eppoi, cosa si temeva per il 18 novembre? “che i partiti non si fidano l’uno dell’altro: e tutti insieme temono che la partecipazione di cittadini non iscritti possa far perdere loro il controllo dell’assemblea” (Montanari). Ma chi ha un po’ di conoscenza dei processi deliberativi sa che i tavoli di lavoro compiono un miracolo: mettono, tutti uguali, in tavoli poco numerosi dove le manovre leaderistiche non funzionano. Vari anni fa, in un tavolo da me coordinato a Parma nell’ambito dell’esperienza di “Cambiare si può”, poco numeroso e uguale, c’erano insieme con me Guido Viale, Paolo Cacciari e Alfonso Gianni. Tre pezzi da novanta, ma nessuno di essi emerse come leader del gruppo, perché i tavoli di lavoro ben gestiti questo non lo consentono. Se poi in plenaria si riportano fedelmente i reports dei tavoli, non vedo dove siano gli spiragli perché un partito o un affabulatore insigne possano prevalere. Non eravamo attrezzati abbastanza? Che so, mancavano reporter e coordinatori, facilitatori e quant’altro? Bene l’assemblea poteva  essere rinviata. Annullarla è stato un errore. Ma ora proporla ai partiti che in modo del tutto evidente stanno uscendo dal percorso del Brancaccio aspettando “una risposta pubblica” che non arriverà è un errore in più. Invece, Tommaso ed Anna potevano andare al Teatro Italia per ripartire insieme a centinaia di giovani che sono un patrimonio inestimabile.

   Avevo difeso (nei contenuti, non nel metodo), come tutti sanno, il documento del 7 novembre e invitavo a non vederci dietro macchinazioni inesistenti, ma aspettavo l’assemblea del 18 che è stata annullata. E purtroppo dubbi sono venuti anche a me accompagnati da una caduta verticale dell’ottimismo.

   Su quali basi è ora possibile ripartire? Dai 10 punti. Da sviluppare completare e discutere in una grande assemblea nazionale organizzata e strutturata con metodo democratico secondo tecniche deliberative come nei suggerimenti delle nostre linee guida. In Abruzzo andiamo a una assemblea regionale al più presto. Chi la convoca? Chi si trova ancora sul banco di prova del Brancaccio. Dobbiamo cambiare nome? Non lo so. Fate delle proposte, perché in tal caso dovremo ri-denominare il gruppo w.app e il blog da cui sto scrivendo questo articolo.

   Chiudo ringraziando tutti i compagni che si sono impegnati e spero che vorranno ripartire. Ringrazio Anna Falcone e Tommaso Montanari per essersi messi in gioco per aprire questa bellissima esperienza di democrazia che però deve proseguire nella chiarezza e mi auguro che saranno ancora con noi. Ringrazio Daniele Licheri che con me ha lavorato alacremente per far decollare questa esperienza in Abruzzo. Non so quali saranno gli sviluppi futuri, ma lo ringrazio per tutto quello che ha fatto e che farà, se con il suo partito deciderà di non scendere da questo banco di prova. Non ringrazio MDP, che per via della sua assenza costante nel percorso abruzzese ha dimostrato di prediligere alleanze con settori del PD e, in Abruzzo, con il Governo regionale di D’Alfonso.

   Buona democrazia

LA POSTA IN GIOCO

di Carlo Di Marco

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   Sono stato una settimana fuori Italia per lavoro e mi scuso per il ritardo con cui scrivo queste due righe sul dibattito in corso, ma il percorso apertosi in Abruzzo nella scorsa estate è troppo importante e credo che debba svilupparsi anche in vista dell’appuntamento del 18 novembre a Roma.

   Partirei da una considerazione che riguarda il rischio storico che abbiamo di fronte: la liquidazione della Costituzione repubblicana e il Costituzionalismo italiano. Nel 2012 un Parlamento di nominati pur di eludere un popolo diventato “inaffidabile”, che aveva fatto naufragare la revisione costituzionale di Berlusconi e vinto in referendum sull’acqua, decide di raggiungere a tavolino il 2/3 nella seconda deliberazione relativa all’iter di revisione della Costituzione per imporre l’obbligo del pareggio di bilancio. Si trattava solo di un segnale, ma si era aperta la strada più facile per liquidare la Costituzione e con essa l’intera storia del costituzionalismo italiano: evitare il Popolo sovrano nel procedimento di revisone. Era stata utile una legge elettorale liberticida (il porcellum) che apriva la strada all’annullamento del sistema della rappresentanza poiché un Parlamento di nominati e fiduciari dei partiti di governo rende flessibile una Costituzione che nasce dalla Resistenza partigiana rigida e disponibile solo dal popolo. Fra “Italicum” e “Rosatellum” si prosegue su questa via e domani un Parlamento formato senza una rappresentanza di milioni di cittadini che si sono allontanati totalmente dalla politica e che però sono presenti sempre nel difendere la Costituzione repubblicana, raggiungerebbe l’obiettivo liquidatorio sopra rappresentato. Questa è la posta in gioco!

Ecco da dove nasce il “Brancaccio”. Dall’esigenza di evitare i 2/3 in un Parlamento che distruggerebbe la Costituzione in pochi mesi. Ma per fare questo bisogna creare una credibilità totalmente nuova basata su contenuti e metodi totalmente diversi con uno schieramento il più largo e il più aperto possibile che nasce dalla base e capovolge la piramide organizzativa e politica. Senza questi segnali di completa discontinuità tale obiettivo non potrebbe essere raggiunto e dovremmo rassegnarci alla fine del costituzionalismo nato dalla Resistenza.

E il “Brancaccio” nasce, non a caso, proponendo ai cittadini (tutti) e alle forze politiche (tutte) che si sentono di starci, il capovolgimento della politica che si riassume sostanzialmente in:

  1. un programma antiliberista, anticapitalista, democratico e pluralista che deve essere il frutto di centinaia o migliaia di assemblee da svolgersi nei territori regionali e locali (come per la gloriosa campagna referendaria dell’anno scorso). Ad esse possono solo essere fornite delle basi di discussione (i 10 punti del Brancaccio). Devono tornare dalla base centinaia di reports assembleari che indichino il programma a una grande Assemblea deliberativa nazionale.
  2. Una lista unitaria della sinistra antiliberista e democratica che raggiunga gli obiettivi detti in premessa. Essa è possibile sulla base dei seguenti principi:
    1. una testa un voto;
    2. candidature provenienti anch’esse dalle libere assemblee. No a quelle imposte dall’alto da chiunque;
    3. leader (necessario per la legge elettorale, purtroppo…) scelto secondo principi di novità e democrazia di base;
    4. programma deciso dalla base come detto nel precedente punto.

   Cosa è successo nei giorni scorsi in maniera tale da far preoccupare tanti compagni?

   Il risultato siciliano è il frutto di un percorso che non mi è piaciuto, come tutti sanno, non ne ho fatto mistero. La candidatura di Fava fu imposta, e alla fine varie forze politiche aderenti al Brancaccio ci si sono ritrovate. Qualcuna di esse finse una “preventiva” forma di partecipazione interna che non mi piacque (si poteva evitare), ma tant’è! Sono cose che ho già scritto. Va riconosciuto, tuttavia, che quella coalizione ha riportato nell’Assemblea regionale siciliana una sensibilità politica che mancava da anni. Questo dimostra, se ce ne fosse ancora bisogno, che a livello nazionale una lista unitaria per evitare i 2/3 nelle mani della destra preter-costituzionale ora è possibile.

   Andiamo oltre! Una proposta ai “cittadini (tutti) e alle forze politiche (tutte) che si sentono di starci” per il capovolgimento della politica non esclude nessuno. Nemmeno che tutti parlino con tutti a qualsiasi livello e in qualsiasi luogo. Prescinde dai nomi, dai cognomi e dal passato di ognuno e dalle appartenenze. Il filtro però c’è (e ci mancherebbe…): è nei metodi e nei contenuti. È in quei due punti sopra riassunti un po’ stringatamente. In altri termini verrebbe da chiedersi: come fanno a starci i violentatori della Costituzione (come quelli dei 2/3 del 2012)? Quelli che sono abituati a sfruttare tutte le occasioni per la loro autoreferenzialità? Quelli che hanno votato il jobs act e altre porcherie? Credo di saperlo: essi vogliono cavalcare anche questo cavallo per riemergere e riproporsi per poi cambiare bandiera comme d’habitude. Che fare? Ci mettiamo a sparare slogans ad effetto mediatico e “polarizzanti” anche contro noi stessi inventandoci streghe e gnomi inesistenti o andiamo avanti per la strada nostra? La risposta a questa domanda ci induce a rileggere il documento famigerato pubblicato su Huffpost il 7 novembre scorso. In questo documento c’è quasi tutto il Brancaccio. Lo ha ribadito Anna e non aggiungo nulla alle sue considerazioni e ad esse rimando. Quando mai si è raggiunto un accordo per la costituzione di una lista sulla base di quasi tutto quello che propone il Brancaccio? Si tratta di un documento informalmente condiviso che è solo una base di discussione per chi deve ancora decidere a casa sua. E noi a casa nostra decideremo il 18 come già sapevamo di dover fare. Un documento che non doveva uscire? Può darsi, ma non diamo alle cose significati che non hanno. L’ho detto prima: tutti possono e devono parlare a tutti i livelli. L’importante è chi e come si prendono decisioni. Noi lo faremo il 18 novembre prossimo a Roma.

   Non ci fidiamo di Tizio, Caio, Sempronio e Mevio perché la loro storia non ci piace? Scommetto che non piacciono neanche a me, ma sta a noi mantenere duro perché si imponga il programma accennato in questo accordo informale e che definiremo il 18 sia nei contenuti che nei metodi. Non è la prima volta che si raggiungono accordi per andare avanti. Il primo esempio della storia della Repubblica? La Costituente! Non c’erano solo Togliatti, Terracini, Nenni e Marchesi. C’erano anche democristiani, liberali, e monarchici (anche qualche fascista camuffato da qualunquista). Vi erano furbacchioni come Fanfani che, dopo aver scritto l’articolo 1 della Costituzione che mise quasi tutti d’accordo (si avete letto bene…fu lui a scriverlo), si dimostrò uno dei principali artefici (all’ombra) della svolta autoritaria del Governo Tambroni. La Costituzione fu approvata quasi all’unanimità ed oggi costituisce la spina dorsale del nostro programma.

Concludo con una considerazione di Acerbo che condivido: non lasciamo il Brancaccio a chi adesso vuole usarlo per fini autoreferenziali. Ritroviamoci nei tavoli di lavoro del 18 a Roma tutti insieme per scrivere il programma da porre sul tavolo di ulteriori, successive ed eventuali trattative con chi, in buona o cattiva fede, ora accetta i presupposti che noi poniamo.

Ultimissima cosa: da modesto ricercatore vi assicuro che stiamo scrivendo una nuova pagina nella storia della democrazia costituzionale italiana. Questa consapevolezza dovrebbe aiutarci per capire meglio quale sia la posta in gioco.

Cominciamo a discutere di cose da fare?

di Gennaro Montella

Montella

Ho pensato, in assenza di riunioni ed altre indicazioni, di cominciare a dare il mio contributo al programma, cominciando dalle Istituzioni.
Invierò al blog i miei appunti sugli altri argomenti; perché possano costituire un punto di partenza per eventuali discussioni.

PARLAMENTO

Diminuzione numero Deputati a max 300

Diminuzione numero senatori a max 150

Tutti eletti direttamente dagli elettori.

Si dovrà tornare alla politica del territorio,  con l’individuazione da parte dei Cittadini del rappresentante più meritevole.

Massimo due legislature consentite. Fermo di due legislature e riproposizione per 1 legislatura. Poi non più eleggibile.

Per dare la possibilità a più Cittadini di partecipare alla politica attiva del Paese.

Eliminazione dell’autorizzazione a procedere.

Eliminazione della pensione ai rappresentanti del popolo (non è un lavoro). E conseguente abolizione della liquidazione di fine mandato.

Eliminazione di ogni forma di contributo ai partiti e rendicontazioni di ogni contributo a partire da 0,00 Euro.

Obbligo di mandato.

Le dimissioni, per qualsiasi motivo, non abbisognano di autorizzazione della camera di appartenenza.

Assunzione diretta dalla camera di appartenenza dei portaborse con rendicontazione obbligatoria del loro lavoro (cartellino presenze).

Nessun compenso aggiuntivo per tutte le cariche previste dalle camere: questori, etc.

Le assenze dalle sedute o commissioni, salvo giustificati motivi, vengono scalate dai compensi.

 

REGIONI:

Riduzione numero componenti consigli regionali.

Eliminazione Regioni a Statuto Speciale

Compensi: al Presidente uguale parlamentari; ai consiglieri max metà del Presidente. I compensi sono omnicomprensivi. (No spese trasporto, commissioni, etc.)

Eliminazione di ogni forma di contributo istituzionale: ai gruppi, al singolo.

Eliminazione di tutte le spese di propaganda istituzionale (esse ricadono a carico dei partiti).

Le assunzioni di consulenti esterne vanno fatte solo ed unicamente in mancanza di analoghe professionalità presenti all’interno dell’amministrazione.

Diversamente sono a carico del partito di appartenenza del Presidente.

No a pensioni e liquidazione fine mandato.

 

PROVINCIE:

Abolizione totale con assunzione compiti da  Comuni capoluoghi e Regione

 

COMUNI:

Compensi: al Sindaco max (dipende dalla grandezza del Comune), il compenso va rapportato ad un consigliere regionale.

Ai consiglieri e assessori (laddove dovuto), compenso omni-comprensivo (commissioni, etc.): a scalare un tot per ogni assenza da consiglio o commissione.

Il momento è ora. Come procediamo? Parliamone tutti senza esitazioni

di Carlo Di Marco

CARLO

   Il documento pubblicato da Anna Falcone e Tommaso Montanari in occasione dell’intervista di lunedì scorso, come mi auguravo, rispetto all’attuale fase del percorso “Brancaccio” offre elementi di ulteriore chiarezza e nuovi suggerimenti operativi per tutti.

   Siamo partiti in Abruzzo con una bellissima assemblea il 9 agosto e poi con un’altra il 13 settembre insieme ad Anna Falcone, vi sono state altre iniziative e altre ancora sono in itinere. Il documento Falcone-Montanari sopra richiamato offre ulteriori impulsi che mi permetto di segnalare all’attenzione di tutti.

   Sotto il profilo politico si ribadisce l’inesistenza di barriere e preconcetti. Anzi, si ribadisce subito il massimo rispetto per «ogni percorso politico» che si muove a sinistra, cui nessuno di noi deve opporsi, ma una delle peculiarità del nostro movimento (che lo rende nuovo) è nel fatto che esso è rivolto a chi non ha voce: quelli che non si riconoscono più nella politica, nei partiti e che lentamente stanno diventando la maggioranza degli aventi diritto al voto. Però quel popolo c’è! E’ stato presente il 4 dicembre nelle urne ed ha respinto lo snaturamento della Costituzione, bocciando il renzismo senza mezzi termini.

   Altra nostra peculiarità è nel metodo democratico. Abbiamo ritenuto, infatti, e riteniamo con pervicacia, che ogni decisione non deve più venire da nessun vertice, ma dalla base. Dalle assemblee e dalle occasioni di incontro collettivo con i cittadini, secondo un metodo che in Abruzzo abbiamo già indicato e condiviso con delle linee guida che ormai ci animano nelle nostre iniziative. Noi continueremo con le “cento piazze”. Decideremo tutto nelle assemblee. Quanti si avvicinano a noi devono tenerne conto. Non c’è spazio per riciclati, ricicloni e riciclabili. Né per candidature e ruoli imposti da vertici di alcun genere. Chi pensa questo può seguire il verticismo di sempre. Va bene pure, ma non con noi del Brancaccio.

   L’obiettivo è la costruzione di un “polo civico” e di sinistra che possibilmente confluisca, per l’immediato, in una lista unica nazionale, ma che abbia, come successiva risoluzione, la nascita di un soggetto politico nuovo di sinistra che in Italia non c’è ancora. In altri termini, quando si afferma nel documento dei garanti nazionali “andare oltre le prossime elezioni” vuol dire a mio avviso che, ove dovessimo verificare l’inesistenza delle possibilità oggettive di incidere con una lista unica nazionale, nessuno può escludere che si possa decidere di saltare questo prossimo turno politico ma, per esempio, non quello delle amministrative. E comunque di proseguire senza esitazione alcuna alla costruzione del soggetto politico nuovo anche per futuri appuntamenti.

   Nell’ultima parte del documento, come speravo, i due garanti danno delle indicazioni operative molto importanti dalle quali in Abruzzo dovremmo ripartire subito: puntare a un’Assemblea nazionale entro novembre (non quella preannunciata da Roberto Speranza: almeno al momento non mi sembra ci siano le condizioni perché lo sia) che decida su programma e candidati privilegiando giovani e donne. Una grande assemblea, si badi, “da eleggere” evidentemente nei territori non con primarie mediatiche e finte, bensì con criteri che valorizzino «coloro che si spendono in attività politiche, sociali, di volontariato, ecc..». A tale proposito, i garanti nazionali indicano anche un modo: questo processo deve essere garantito da un comitato di “facilitatori non candidati”.

   Alla luce di quanto detto, credo che sia giunto il momento di passare alle cose pratiche e mi permetto di indicare a tutti alcuni passaggi operativi da dettagliare, ma previa acquisizione delle opinioni e delle indicazione di tutti i compagni.

  Elezione in assemblea regionale aperta di un comitato di garanti regionali (non candidabili alle prossime elezioni politiche nazionali, su base provinciale, non appartenenti a organi dirigenti di partito, indicati secondo metodo democratico) che facilitino il percorso partecipativo che conduca a:

  1. Elezione dei rappresentanti regionali all’Assemblea nazionale di Novembre;
  2. criteri e regole democratiche partendo dalle nostre linee guida, per l’eventuale formulazione di candidati alle elezioni politiche nazionali.

   Credo che su questo dovremmo aprire un dibattito con dei termini temporali: l’Assemblea regionale, infatti, dovrebbe svolgersi nella prima settimana di novembre 2017. Tutti possono inviare il loro contributo al blog mandandolo a democraziaeuguaglianzaabruzzo@gmail.com

Il momento è ora: occorre una sinistra, civica, larga e partecipata

il documento di Anna Falcone e Tommaso Montanari del 9 ottobre 2017

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1.

Crediamo che davvero non si possa più aspettare, e lo diciamo con umiltà e con il massimo rispetto per ogni percorso politico: il momento è ora. Perché «guasto è il mondo, preda / di mali che si susseguono, dove la ricchezza si accumula / e gli uomini vanno in rovina» (Oliver Goldsmith, The Deserted Village).

Di fronte all’ennesima legge elettorale-truffa, a un dibattito mediatico-politico concentrato su leadership e personalismi, invece che sulle soluzioni ai problemi delle persone e sulla costruzione di una nuova visione di società e di Paese, una parte importante di cittadini ed elettori si sta chiedendo se andare o no a votare alle prossime elezioni politiche. Perché rischia di trovarsi dinnanzi all’ennesimo Parlamento di nominati non scelti dagli elettori. Perché manca nell’offerta politica un progetto veramente innovativo capace di rappresentare chi non ha voce; di contrastare la precarietà in cui vivono i più, e la quasi totalità delle giovani generazioni; di proporre, oltre alla protesta, un nuovo modello sociale più giusto, inclusivo, solidale. Un progetto capace di rovesciare «la scandalosa realtà di questo mondo» (papa Francesco).

Per cambiare veramente lo stato delle cose non basta il professionismo politico che c’è, occorre qualcosa di veramente nuovo: un progetto unitario più grande e ambizioso dei singoli pezzi, un progetto che vada oltre le prossime elezioni e abbia come denominatore comune il contrasto alle politiche neoliberiste che in questi anni hanno decapitato diritti, futuro e ruolo della sovranità popolare e delle istituzioni democratiche.

Dopo la lunga stagione dei governi e delle politiche nell’interesse dei pochi contro i bisogni e i desideri dei molti è giunto il tempo di immaginare una politica e un governo nell’interesse della maggioranza delle persone. Un mezzo, insomma: e non un fine.

È per questo che consideriamo chiusa la stagione del centro-sinistra: perché è giunto il tempo di rovesciare il tavolo delle diseguaglianze, non di venirci a patti. E per far questo serve costruire la Sinistra che ancora non c’è.

2.

È per questo che, a giugno, abbiamo lanciato il percorso ‘del Brancaccio’: quello di un’alleanza popolare, tra cittadini e forze politiche, per la democrazia e l’eguaglianza. L’abbiamo fatto per rimettere al centro del dibattito politico la prepotente richiesta di democrazia e partecipazione scaturita dalla vittoria del 4 dicembre: non ci basta più difendere la Costituzione e lo Stato democratico di diritto, vogliamo attuarli e costruire insieme un fronte politico e sociale alternativo al pensiero unico neoliberista e alle riforme dettate e imposte dal capitalismo finanziario a Parlamenti e governi deboli o conniventi.

Ora, quattro mesi e molte assemblee dopo, è a tutti chiaro che era la strada giusta.

È per questo che rilanciamo lo stesso obiettivo, con l’imperativo di partire, senza ulteriori tentennamenti, per la costruzione di un Polo civico e di Sinistra che confluisca, nell’immediato, in una lista unica nazionale e, in prospettiva, in un soggetto capace di dar vita a quella Sinistra che, in questo Paese, non c’è ancora. Un progetto politico stabile e credibile di Sinistra, più grande e più ambizioso dei singoli partiti e movimenti, e che permetta, anche nel nostro Paese, la liberazione e l’espressione di quelle energie che altrove hanno dato vita – ad esempio – a Podemos in Spagna, e al nuovo Partito laburista di Corbyn in Gran Bretagna.

Un caso emblematico, quest’ultimo: anche il partito che ha inaugurato la “Terza Via” in Europa ha invertito la rotta e riguadagnato consensi e credibilità dopo una lunga crisi. Ciò che accade in Europa, ci insegna che la Sinistra vince solo se è unita su programmi radicali e innovativi, senza alcuna “connivenza” o appoggio a forze conservatrici e di ispirazione neoliberista. Dobbiamo guardare oltre, non fermarci alle prossime elezioni, ma costruire insieme i presupposti per un nuovo umanesimo globale, un mondo giusto in cui trovino posto non solo i vecchi diritti che ci sono stati tolti, ma anche i nuovi, come il diritto a una partecipazione democratica vera, il diritto al tempo, il diritto alla felicità di tutti e di ognuno. Questa è la nostra ambizione, e per attuarla sappiamo che la dimensione nazionale non è sufficiente. Per questo vogliamo rafforzare quei rapporti con gli altri movimenti che in Europa e nel mondo hanno già percorso questa via e hanno inaugurato una nuova stagione politica e di democrazia, rimettendo al centro del dibattito i cittadini e le loro reali priorità.

Insomma, siamo convinti, con Tony Judt, che «C’è qualcosa di profondamente sbagliato nel nostro modo di vivere, oggi. Per trent’anni abbiamo trasformato in virtù il perseguimento dell’interesse materiale personale: anzi, ormai questo è l’unico scopo collettivo che ancora ci rimane. Sappiamo quanto costano le cose, ma non quanto valgono. Non ci chiediamo più, di una sentenza di tribunale o di una legge, se sia buona, se sia equa, se sia corretta, se contribuirà a rendere migliore la società, o il mondo. Erano queste un tempo le domande politiche per eccellenza, anche se non era facile dare una risposta: dobbiamo reimparare a porci queste domande. Dobbiamo sottoporre a critica radicale l’ammirazione per mercati liberi da lacci e laccioli, il disprezzo per il settore pubblico, l’illusione di una crescita senza fine. Non possiamo continuare a vivere così».

3.

Quel popolo unito noi lo abbiamo incontrato lungo tutto il 2016, nella grande campagna referendaria che ha portato alla vittoria del 4 dicembre, le tante bandiere della Sinistra si sono inchinate di fronte all’unica bandiera della Costituzione. E abbiamo vinto!

Questa unità è andata oltre, nonostante un dibattito mediatico e politico tutto concentrato sui cambi d’umore di un ‘leader’ autodesignato e divisivo, ed ha  preso corpo fin dalle prime assemblee del ‘Brancaccio’ che, dal 18 giugno ad oggi, hanno attraversato e per tutto ottobre attraverseranno l’Italia. E anche nei nostri incontri sul programma si è ritrovato un solo popolo: cittadini senza tessera, altri che militano in partiti e movimenti della Sinistra, tanti delusi dal PD e dalla politica in genere, cittadini che non votano più o si rifugiano nel voto di protesta. Tutti chiedono la stessa cosa: una forza unitaria e popolare che possa e voglia realmente cambiare l’Italia con un programma radicale e coraggioso di rivendicazione dei diritti negati, a partire da quelli riconosciuti e tutelati dalla Costituzione, per arrivare ai nuovi diritti posti dalle sfide del presente e del futuro.

Oggi siamo qui per prendere atto, finalmente, che sono maturati anche in altri le ragioni e la volontà di lavorare per una lista unica della Sinistra. Le vicende di questi ultimi giorni, hanno reso evidente la faglia di separazione tra chi rimane arroccato a vecchi schemi e condizionato dall’egemonia del Partito democratico, e le forze che intendono davvero cambiare lo stato delle cose. Lavoro, redistribuzione della ricchezza, tutela dell’ambiente e del clima, diritto alla salute e all’istruzione, pace e accoglienza dei migranti: esiste un popolo, unito, che su tutto questo vuole invertire la rotta.

4.

Per questo vogliamo mettere a disposizione il metodo e l’esperienza del Brancaccio, che dall’inizio è nato come uno spazio politico aperto a tutti coloro che condividessero questi obiettivi. Noi continueremo con le assemblee locali delle “Cento piazze per il Programma”, che culmineranno in un grande incontro nazionale, a novembre.

Contemporaneamente, e fin da oggi, verificheremo con i responsabili di tutte le forze politiche che si dichiarano alternative alle destre e al Pd la possibilità di costruire un calendario e un metodo – condivisi da tutte le forze, civiche e politiche, e non imposti da nessuno – che portino, prima della fine dell’anno, ad una lista unica ed unitaria per le prossime elezioni.

Per questo ribadiamo la centralità di una vasta partecipazione dal basso, che porti ad eleggere – col metodo una testa un voto – e secondo le modalità più trasparenti e plurali possibili, una grande assemblea che decida democraticamente sul programma finale e su candidati realmente espressione dei cittadini, con il più ampio spazio per donne e giovani. Le regole di questo processo saranno fondamentali: noi crediamo, per esempio, che sia inaccettabile il modello mediatico e ambiguo delle primarie, e che i modi di partecipazione debbano invece valorizzare l’impegno di coloro che si spendono in attività politiche, sociali, di volontariato, ecc. E crediamo che un comitato di facilitatori non candidati debba assumere un ruolo di garanzia, in questo processo.

Sinistra Italiana, Possibile, Mdp, Rifondazione Comunista, l’Altra Europa e le altre sigle politiche che si uniranno sono solo una piccola parte della sinistra che va costruita: e crediamo che questa nuova Sinistra o sarà civica, larga, democratica e partecipata, nei metodi e nei fini, o non sarà.

Perché il nostro impegno sia credibile e sia l’inizio di una nuova stagione politica è necessario un radicale rinnovamento di linguaggio e di leadership, un rinnovamento anche generazionale che rappresenti nei volti e nelle storie una sinistra non solo finalmente unita, ma realmente nuova, espressione dei cittadini e dei territori, in una parola diversa rispetto alle esperienze passate e con lo sguardo rivolto al futuro. Una sinistra finalmente credibile.

La nostra stessa condizione di cittadini, e non di politici di professione, ci impone un ruolo di garanzia, di stimolo e di controllo: al quale non verremo meno. Da oggi inizieremo a realizzare questo programma: con tutte e tutti coloro che vorranno starci.

La politica – come ha detto Jeremy Corbyn – non deve tornare nelle scatole. E non lo farà.

Anna Falcone, Tomaso Montanari